lock forward back pause icon-master-sprites-04 volume grid-view list-view fb whatsapp tw gplus yt left right up down cloud sun
Roma
di GIGLIOLA ALFARO 05 nov 2026 16:54

Cop31: l'ultima chiamata per il clima

Dal 9 al 20 novembre, la città di Antalya (Turchia) ospiterà la Cop31, il principale appuntamento internazionale dedicato ai negoziati sul clima. La Conferenza riunirà capi di Stato e di governo, ministri, negoziatori, rappresentanti delle organizzazioni internazionali, del mondo scientifico, del settore privato e della società civile per definire le prossime azioni volte ad accelerare l’attuazione dell’Accordo di Parigi e rafforzare la risposta globale alla crisi climatica. Questioni sempre più urgenti di cui parliamo con Giuseppe Milano, segretario generale di Greenaccord.

La Cop31 rappresenta l’“ultima chiamata per il clima” prima del disastro?

I dati scientifici indicano che la possibilità di mantenere il riscaldamento globale stabilmente e linearmente al di sotto di 1,5°C è ormai svanita. Più che un’ultima chiamata per evitare il superamento della soglia originaria, la Cop31 rappresenta lo spartiacque fondamentale per definire la strategia di gestione del “sorpasso” (overshoot). L’obiettivo geopolitico non è più prevenire l’aumento termico oltre 1,5°C, ma pianificare un taglio coordinato delle emissioni e investimenti massicci nella rimozione della CO₂ per limitare il picco a 1,7°C–1,8°C a metà secolo, garantendo il ritorno a 1,5°C entro il 2100 ed evitando una deriva incontrollabile verso i 2,8°C.

Le proiezioni indicano che la temperatura media globale potrebbe aumentare di almeno 2,8 °C entro la fine del secolo. Che cosa significherebbe concretamente uno scenario di questo tipo per il pianeta e quali sarebbero i rischi maggiori per l’umanità?

Se le politiche attuali proseguiranno senza scatti nazionali, il termometro globale salirà a 2,8°C entro il 2100, con l’Europa che deve già prepararsi a un aumento locale di 3°C. Per l’umanità questo scenario si traduce in una catastrofe sanitaria perché il caldo estremo è già una piaga che causa oltre 710.000 morti all’anno nel mondo di cui 35.000 nella sola Europa durante l’estate 2026. Un aumento a 2,8°C moltiplicherebbe queste cifre, rendendo intere aree del pianeta inospitali. Ciò comporterebbe rischi di instabilità planetaria e tipping points con cambiamenti irreversibili nelle calotte glaciali, nel carbonio del permafrost e nelle barriere coralline, uniti al collasso della circolazione oceanica; oltre a un collasso economico con perdite devastanti di produttività lavorativa (che già oggi costano miliardi di dollari nei settori esposti come le costruzioni) e danni infrastrutturali che richiederanno budget di adattamento insostenibili per gli Stati.

Le concentrazioni dei gas serra in atmosfera, intanto, hanno raggiunto nuovi livelli record, come ci dice l’ultimo rapporto dell’Organizzazione mondiale della meteorologia. Quanto è grave la situazione attuale?

La gravità della situazione è senza precedenti storici e i trend stanno viaggiando nella direzione opposta rispetto agli obiettivi globali. Nel 2025 l’anidride carbonica ha toccato, infatti, il record di 426,8 ppm (153% rispetto all’era preindustriale), con una velocità di accumulo annuale (+2,8 ppm tra 2024 e 2025) quasi triplicata dagli anni ’60. Anche metano (1948 ppb) e ossido di azoto (339,1 ppb) hanno registrato massimi storici. Per invertire la rotta, pertanto, l’Unep stabilisce che le emissioni globali di gas serra devono scendere drasticamente rispetto ai livelli del 2025: del 18% entro il 2030, del 45% entro il 2035 e del 69% entro il 2040. Accanto alla decarbonizzazione (come triplicare le rinnovabili), perciò, è ormai imprescindibile la rimozione su vasta scala della CO₂ dall’atmosfera e il suo stoccaggio permanente per circa 320 gigatonnellate nel corso del secolo. Sono sfide difficili, ma non impossibili.

Anche se riuscissimo a ridurre drasticamente le emissioni, però, gli effetti dei gas serra già accumulati in atmosfera continueranno a manifestarsi nel tempo. Quali conseguenze dobbiamo aspettarci sul clima e sugli ecosistemi?

La CO₂ ha tempi di permanenza lunghissimi e influenzerà il clima per decenni. Dobbiamo attenderci un’intensificazione e una maggiore frequenza di fenomeni meteo estremi e alterazioni sistemiche del ciclo dell’idrogeno e dell’acqua. Le oscillazioni idriche coinvolgono già oltre l’80% delle terre emerse (con siccità estreme da un lato e alluvioni dall’altro). Sul piano ecologico ed economico, l’inerzia termica comporta la riduzione drastica della portata idrometrica dei fiumi strategici, la perdita di milioni di tonnellate di raccolti agricoli e l’aumento esponenziale degli incendi boschivi (come i 700.000 ettari devastati in Europa nel 2026).

Quali risultati concreti, dunque, dovrebbe produrre la Cop31 in Turchia per colmare il divario tra gli impegni climatici assunti dai governi e le riduzioni delle emissioni effettivamente necessarie?

La Cop31 di Antalya deve superare la fase delle dichiarazioni d’intenti più o meno credibili e produrre tre risultati vincolanti. Il primo è l’inasprimento degli Ndc (contributi nazionali), nella consapevolezza che l’attuale piena attuazione degli impegni ridurrebbe le emissioni solo dell’11-15% entro il 2035, a fronte del 45% necessario. I governi devono presentare piani nazionali radicalmente più aggressivi e ambiziosi. Il secondo è il taglio netto ai sussidi fossili, oggi finanziati con migliaia di miliardi di euro nel mondo (oltre 20 solo in Italia) per promuovere e accelerare la transizione pulita. Il terzo si traduce in fondi vincolanti per l’adattamento e il rischio, nella constatazione da un lato che occorra accogliere una cultura del rischio ecosistemico e dall’altro che bisogna spingere sull’adattamento urbano attraverso le multiple soluzioni basate sulla natura oggi disponibili per non trasformare i nostri territori in spazi invivibili e insicuri.

Considerando il ritmo attuale del riscaldamento globale e il tempo sempre più limitato per intervenire, siamo ancora in grado di evitare gli scenari climatici peggiori oppure dobbiamo prepararci a cambiamenti ormai inevitabili?

Siamo ancora in tempo per evitare lo scenario peggiore dei 2,8°C modificando radicalmente i sistemi energetici e industriali. Poiché l’aumento delle temperature e gli impatti sono già in atto, tuttavia, la prevenzione è ormai inevitabile, risultando anche economicamente vantaggiosa. Dobbiamo uscire dalla nostra comfort zone e accogliere il cambiamento non come una punizione o una minaccia letale ineluttabile, ma come opportunità per una riconfigurazione radicale e strutturale dei nostri metabolismi territoriali.

Come dimostrano le stime della Commissione Ue, l’investimento immediato in piani strategici di prevenzione e adattamento ha un ritorno economico (in termini di danni evitati) superiore di ben 10 volte rispetto ai costi sostenuti ex-post per riparare i disastri.

I semplici cittadini possono giocare un ruolo o tutto è demandato a chi ha il potere di decidere?

Sebbene le decisioni macroeconomiche dei governi (tassazione della CO₂, stop ai sussidi fossili, autorizzazioni di impianti su larga scala) siano i motori principali per ridurre i miliardi di tonnellate di gas serra, i cittadini hanno un ruolo cruciale, economico e politico, perché possono, rispettivamente, sia orientare la domanda di mercato (elettrificazione domestica, efficienza energetica degli edifici, scelta di vettori puliti o accordi PPA per le comunità energetiche), riducendo l’impronta carbonica individuale; sia esercitare un monitoraggio democratico affinché i decisori non rallentino o blocchino l’attuazione delle politiche climatiche, proprio come rivendicano in queste settimane le più giovani generazioni che temono per il loro avvenire nella labilità dei patti intergenerazionali.

Alla luce della situazione odierna, infine, qual è la responsabilità della comunicazione ambientale e come andrebbero comunicate le criticità odierne, anche in relazione all’innovazione digitale e tecnologica?

La comunicazione ambientale odierna ha la responsabilità di evitare sia l’allarmismo paralizzante sia il greenwashing minimizzante, traducendo la complessità dei dati scientifici in una narrazione trasparente dei costi dell’inazione e dei benefici dell’azione. In conclusione, i dati scientifici dimostrano che la partita per il clima non è persa, ma ha cambiato natura. Sebbene la soglia di 1,5°C sarà temporaneamente superata, abbiamo la tecnologia e le risorse per limitare il picco termico e invertire la rotta entro il 2100. La speranza poggia su fatti concreti: dall’Accordo di Parigi, lo sviluppo delle rinnovabili ha superato fino a sette volte le stime iniziali e l’innovazione digitale ci fornisce strumenti avanzati per proteggere i territori. Ogni frazione di grado evitata si traduce in vite umane, raccolti sani ed ecosistemi salvati. La vera sfida della Cop31 di Antalya è dimostrare la maturità geopolitica necessaria a trasformare la gestione del rischio climatico nella più grande opportunità di rigenerazione economica e sociale del nostro tempo.




@Foto Ansa/Sir

GIGLIOLA ALFARO 05 nov 2026 16:54