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Gaza
di DANIELE ROCCHI 04 mar 2024 21:23

Gaza, la nostra casa, il nostro cimitero

A Gaza oggi si può morire anche per un pacco di farina. Pensiamo a ciò che è accaduto nei giorni scorsi: oltre 100 morti tra la gente che cercava di prendere gli aiuti trasportati dai camion”. Attualmente, secondo il portavoce del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, sarebbero “quasi mille i camion che aspettano di entrare a Gaza dal confine egiziano”. “Le restrizioni agli aiuti diretti al nord – denuncia a sua volta Adele Khodr, direttrice regionale dell’Unicef per il Medio Oriente e il Nord Africa – stanno costando vite umane. Gli screening sulla malnutrizione effettuati dall’Unicef e dal Wfp (Programma alimentare mondiale) nel nord del Paese a gennaio hanno rilevato che quasi il 16% – ovvero 1 bambino su 6 sotto i 2 anni – è gravemente malnutrito. Esami simili sono stati condotti nel sud, a Rafah, dove gli aiuti sono stati più disponibili, e hanno rilevato che il 5% dei bambini sotto i 2 anni è gravemente malnutrito”.

Alle soglie della sopravvivenza. “Qui a Gaza City, al nord, non c’è molto da poter acquistare in qualche mercato improvvisato. Quel poco che si trova – spiega suor Nabila – ha dei prezzi così alti che nessuno può permettersi di comprare. C’è chi ha venduto tutto ciò che aveva per racimolare del denaro per poter, non vivere, ma sopravvivere. Oramai la gente mangia tutto ciò che trova, anche foraggio e cibo per animali”. “A pagare questa guerra è la povera gente innocente, la popolazione civile, non altri” denuncia la suora.

“La sofferenza è sulle spalle di donne, bambini, malati, anziani, disabili, padri di famiglia. Tutti hanno perso tutto, non c’è una famiglia, una persona che non abbia perso la propria casa, i suoi familiari, il lavoro, il negozio, l’attività. Non abbiamo più nulla. In una parola: abbiamo perso il futuro”.

“Cosa faremo? Chi ricostruirà? Cosa sarà di tutta questa povera gente?”. Domande, queste di suor Nabila, destinate a restare senza risposta. “Tutti vogliono andare via, ma dove, nessuno vuole aprire le proprie frontiere. I bambini ci dicono che vogliono ritornare alla loro vita normale, a scuola, a casa, ma non sanno che fuori la parrocchia non c’è più nulla, ci sono solo macerie. La parrocchia è diventata per loro e per noi tutti, la nostra casa, la nostra chiesa e il nostro cimitero. Se dobbiamo morire moriremo qui nella nostra chiesa”.



Gaza (Foto N. Saleh)

DANIELE ROCCHI 04 mar 2024 21:23