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di MAURIZIO CALIPARI 17 lug 2026 15:35

Un figlio prodotto dai robot

Il 2 luglio scorso IVI RMA Global, la più grande rete internazionale di medicina riproduttiva, e Conceivable Life Sciences hanno annunciato Aura, il primo laboratorio di fecondazione in vitro (PMA) interamente automatizzato. Operativo dal 2027 in una clinica Usa, si espanderà poi in Europa, America Latina e Medio Oriente. Aura non è un braccio meccanico isolato: è un sistema che “percepisce, ragiona ed esegue” dentro l’ambiente clinico, eseguendo oltre duecento passaggi — dalla selezione dei gameti alla formazione dell’embrione — finora affidati alla mano dell’embriologo. Le aziende dichiarano, in fase pilota, oltre 100 pazienti trattati, 60 gravidanze, 30 nati.

Prima ancora di interrogarsi sull’efficacia tecnica di Aura, va richiamata la questione di fondo, che non nasce con questo annuncio ma che questo annuncio rende più visibile: la PMA porta con sé, fin dalle sue origini, un nodo antropologico ed etico irrisolto. Generare un figlio non è un processo scomponibile in fasi da ottimizzare in laboratorio: è un atto che appartiene alla relazione d’amore tra un uomo e una donna e al loro progetto “coniugale”.  La bioetica personalista lo ha indicato da decenni: la riduzione dell’atto procreativo a un procedimento di laboratorio equivale alla “spersonalizzazione” (in senso letterale) della procreazione stessa.

Quando la fecondazione è affidata a tecnici, provette, protocolli operativi, il figlio rischia di essere pensato non più come dono accolto in una relazione, ma come prodotto ottenuto al termine di un processo tecnico, il cui esito si è tentati di misurare in termini di efficienza.

È la distinzione, nota alla riflessione bioetica, tra una ratio technica, che tende a “produrre un figlio-oggetto”, e una ratio etica, che si interroga sul bene integrale della persona — del nascituro, prima ancora che dei genitori che lo desiderano.

Aura non introduce questo problema: lo aggrava. Fino a ieri erano équipe di embriologi, con la loro competenza e anche la loro umanità imperfetta, a manipolare gameti ed embrioni; ora centinaia di quei gesti vengono trasferiti a un’infrastruttura robotica guidata da IA, pensata per la standardizzazione su scala industriale. Le aziende insistono che il sistema lavora “a fianco” degli embriologi: ma la sostanza resta un ulteriore passo di allontanamento dell’atto generativo dalla sua radice relazionale, verso qualcosa che assomiglia sempre più a una catena di produzione, sia pure di alta precisione.

Dietro questa tappa tecnologica si intravede la logica che da tempo accompagna l’espansione della PMA: il desiderio del figlio a tutti i costi. Comprensibile – la sofferenza di chi non riesce a procreare è reale — ma pericoloso se eretto a criterio assoluto, perché giustifica progressivamente ogni mezzo tecnico, senza interrogarsi sulla compatibilità con la dignità della procreazione e con l’identità umana di chi nascerà. Prima i tecnici di laboratorio, poi provette e crioconservazione, ora robot guidati dall’IA: ogni tappa si presenta come progresso della scienza “per la famiglia”, ma ciascuna allontana il generare dal suo significato originario per avvicinarlo a un processo fondamentalmente produttivo — fosse pure un robot, oggi, a “produrre” quel figlio desiderato.

A questa obiezione di fondo si aggiunge un rilievo più circoscritto: anche sul piano tecnico-operativo, il preteso (e declamato a gran voce) miglioramento dei tassi di successo non è dimostrato da dati solidi. A dichiarare l’efficacia di Aura sono le stesse aziende che la producono e commercializzano. Le cifre diffuse — un centinaio di pazienti, 60 gravidanze, 30 nati — provengono da studi pilota interni, non da sperimentazioni comparative pubblicate e sottoposte a revisione indipendente. Le stesse fonti aziendali ammettono che l’automazione “da sola non risolve l’infertilità”: età, riserva ovarica, qualità del seme restano le variabili decisive, non la macchina. Significativo che, negli stessi giorni, l’Eshre presentasse a Londra uno studio secondo cui è dimezzare i costi dei trattamenti, non automatizzare i laboratori, a poter raddoppiare le nascite da PMA: un indizio che la vera partita dell’accesso alle cure si giochi altrove, e che l’enfasi sulla svolta robotica sia, per ora, più comunicazione industriale che evidenza clinica consolidata.

Resta una questione che nessun progresso tecnico può sciogliere da sé: se questo salto avvicini davvero al bene integrale della persona, o se non assecondi una mentalità che, in nome della “scala” e dell’efficienza (logica industriale della produzione in serie), rischia di smarrire il senso vero del generare — non produrre, ma accogliere una vita che nasce da un amore interpersonale, non certo da un algoritmo.

(Foto ANSA/SIR)

MAURIZIO CALIPARI 17 lug 2026 15:35