Usa, Iran: gli acceleratori della crisi egemonica
Difficile prevedere la durata della guerra, che ormai l’Iran intende proseguire a oltranza. Ma quand’anche finisse oggi, già potremmo trarre un bilancio provvisorio dei significati effettuali
Le ansie di Trump per il blocco selettivo di Hormuz attestano il nesso tra l’attacco all’Iran e l’antecedente venezuelano: il controllo del mercato petrolifero. Specialmente le rotte di Pechino, che con Caracas e Teheran volgeva a usare lo yuan anziché il dollaro, non solo per aggirare le sanzioni di Washington ma anche per eroderne lo strumento di condizionamento del commercio globale e di finanziamento del debito. Tuttavia, l’ovvia reazione dell’Iran rischia di innescare una crisi rovinosa di portata mondiale. Il fenomeno si inscrive in una dinamica paradossale: per contenere l’ascesa dei rivali, gli Usa intraprendono guerre “sbagliate” che, stanti le interconnessioni globali, accelerano proprio ciò che paventano: come un pesce che, dimenandosi nella rete per liberarsi, vi si imbriglia sempre di più.
l’Iran, messo con le spalle al muro regionalizza il conflitto lasciando che, a uno a uno, i nodi vengano tutti al pettine. Compresa la divergenza tra gli interessi statunitensi e gli obiettivi di Israele. Gli Accordi di Abramo intendevano appaltare a Israele l’egemonia regionale, affinché Washington, arginate le proiezioni condominiali di Russia e Cina nell’area, si concentrasse sulla partita del Pacifico. Tuttavia, l’aggressività di Netanyahu inchioda gli Usa in quel teatro, mettendoli in imbarazzo con la Turchia e le autocrazie amiche del Golfo. Intanto le tessere disegnano il mosaico dei lucri cercati da Israele. Tra essi il Canale Ben Gurion progettato con sbocco a Gaza quale alternativa a Suez: esso richiede il presidio militare all’imbocco sud del Mar Rosso, cui si presterebbero future basi nel Somaliland, (oggetto del riconoscimento che poco piace ai sauditi) atto a neutralizzare gli houthi yemeniti sostenuti dall’Iran. Ma a Israele fa gola anche il gas: quello del Mediterraneo orientale, cui pure la Turchia guarda, e quello del South Pars/North Dome, giacimento più esteso al mondo, condiviso da Iran e Qatar.
Difficile prevedere la durata della guerra, che ormai l’Iran intende proseguire a oltranza. Ma quand’anche finisse oggi, già potremmo trarre un bilancio provvisorio dei significati effettuali. Nonostante la complessità, proviamo ad articolarli in sei punti essenziali.
Anzitutto, colpire le basi americane che la circondano serve a Teheran non solo a inibirne l’uso per difendersi, ma anche a ribaltare il paradigma securitario per cui ospitare i perni dell’ombrello militare Usa sarebbe garanzia di protezione: al contrario, essi diventano un bersaglio disegnato sulla propria testa, data la propensione di Washington a innescare guerre lontane da casa che espongono a rischio i suoi clientes. Il che intima posture autonome, sino a incentivare la proliferazione nucleare a scopo deterrente non solo presso i nemici ma persino presso gli amici.
In secondo luogo, la saturazione degli intercettori e la difficoltà di rimpiazzare il consumo di munizioni procurate dallo stress del fuoco iraniano ribadiscono la capacità tutt’altro che illimitata del complesso militare-industriale di sostenere qualsiasi tipo di guerra, aggiungendosi a quanto comprovato in Ucraina. In proposito, è sintomatico che Zelensky abbia cessato di lamentare la disparità di trattamento, offrendo anzi droni a Netanyahu come auspicio di una celere disfatta iraniana che faccia riaprire i rubinetti verso Kiev.
Una terza evidenza attiene a un generale deficit strategico, segnalato da una definizione disordinata degli obiettivi. Esso non è imputabile al mero profilo psicologico di Trump, giacché sortisce dalle contraddizioni nell’amministrazione, poggiante sulle gambe divergenti del Maga e dei neocon, a cui si devono le rutilanti improvvisazioni della Casa Bianca. Più a fondo, l’attacco all’Iran svela l’equivoco del neoisolazionismo: date le proiezioni globali degli Usa, è impossibile tradurlo in astensione quietistica tanto più ora, avvertendo il bisogno di agitare il mondo per accaparrarsi posizioni di vantaggio esclusivo, perimetrando il proprio “grande spazio” da cui sostenere la sfida multipolare.
Quarto punto: per persuadere al sacrificio imposto dalla destabilizzazione transitoria, persino il pragmatismo trumpiano ricorre al registro della “guerra santa” a un nemico ontologico, contro il quale vale tutto. Ecco, dunque, la squalificante sponda cercata nell’escatologismo in salsa cristiano-sionista, cavallo di Troia del messianismo sul Regno biblico e sul Terzo Tempio brandito da Tel Aviv.
La quinta e più patente considerazione attiene allo sbriciolamento del soft power di un egemone globale che si intesta il diritto di agire al di sopra delle regole presuntivamente inviolabili da parte di tutti i restanti attori del sistema internazionale, facendo strame degli accordi e dissipando le risorse primarie di credibilità e responsabilità, la cui carenza parrebbe individuare i cosiddetti “Stati canaglia”.
Infine, la risposta iraniana, facendo fibrillare l’economia mondiale, punta il dito sui guasti provocati in sprezzo delle logiche dell’interdipendenza in cui anche gli Usa sono strutturalmente implicati. Quelle logiche che solo ora consigliano di ammorbidirsi con Pechino per evitare che si profitti del momento con una stretta sui mercati tecnologici; che spingono a revocare le sanzioni sul greggio russo per contenere l’impennata dei prezzi (lo stesso potrebbe riguardare anche i fertilizzanti); che inducono a chiedere al Cremlino di condurre a più miti consigli Teheran, mentre quest’ultima pretende garanzie per il futuro, paventando un ennesimo bluff di Usa e Israele per riprendere fiato e riaccendere la miccia in futuro.
Quest’ultimo punto ci sposta sugli scenari dietro la porta di un conflitto condotto oltre la soglia di tolleranza statunitense. All’orizzonte potrebbe intravedersi la exit strategy già suggerita dalle parole con cui Trump già ostenta il raggiungimento degli obiettivi. Ma per funzionare dovrebbe scontare le garanzie pretese dall’Iran. Soprattutto dovrebbe godere del consenso di Israele, che, come leva estrema, dispone del suo arsenale nucleare occulto. All’inverso, per non perdere la faccia (escludendo l’intervento terrestre), potrebbe essere proprio la Casa Bianca a optare per l’escalation nucleare. Ma quand’anche si trattasse di testate tattiche, volte a gettare gli iraniani nel panico, la violazione del tabù istituto a Hiroshima e Nagasaki aprirebbe a concatenazioni imponderabili, oltre a sigillare il discredito presso un’opinione pubblica mondiale che, già scossa dalla mattanza di Gaza, ora contabilizza le stragi di civili in Iran e Libano. Sarà bene quindi che anche i governi europei facciano i conti con i doppi standard e la subalternità corresponsabile. Assecondare il gigante temerario che annaspa rischia di portare a fondo anche i deferenti soccorritori inadatti a sostenerne il peso.