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Roma
di NICOLA SALVAGNIN (AGENSIR) 05 ago 10:35

Giustizia civile e fisco: due fattori in crisi del sistema Italia

Come si può fare affidamento su una giustizia civile – quella che dirime controversie negli affari, nella contrattualistica – che semplicemente ha procedure contorte e tempi biblici, tra l’altro variabili da tribunale a tribunale? Come si può confidare in una legislazione obesa?

Un episodio, un sintomo per comprendere un male del nostro Paese ben più grande, che va curato al più presto se vogliamo che la nostra economia riparta stabilmente e con vigore. Brexit vuol dire anche decine di grandi realtà finanziarie e industriali che hanno sede in Gran Bretagna e che stanno pensando di trasferirsi all’interno dell’Unione Europea: pena l’impossibilità di accedere liberamente al più grande mercato unico mondiale. Ebbene, queste grandi banche d’affari, multinazionali farmaceutiche, fondi comuni e quant’altro – con i loro miliardi di fatturato e le decine di migliaia di posti di lavoro qualificati e “preziosi” – stanno valutando tutte le ipotesi possibili. Anche Malta, per dire; ma non l’Italia. A nessuna sta venendo in mente che Milano è una piazza finanziaria di un certo rilievo, una metropoli moderna e ben collegata, con un vivace tessuto industriale e delle buone università, inserita nel cuore dell’Europa più produttiva. Cioè: viene in mente, ma la mente la cancella subito. Due le ragioni, inconfutabili. Milano sta in un’Italia che ha un sistema giudiziario ai confini del Terzo mondo, e un sistema fiscale ai confini con il Medioevo. Scusate se è poco, per chi deve fare affari in larga scala.

Come si può fare affidamento su una giustizia civile – quella che dirime controversie negli affari, nella contrattualistica – che semplicemente ha procedure contorte e tempi biblici, tra l’altro variabili da tribunale a tribunale? Come si può confidare in una legislazione obesa, fatta apposta per gli avvocati più che per le parti in questione, ritagliata su misura per chi si comporta scorrettamente? Si pensi ad esempio all’uso “strumentale” dei fallimenti, alle (scarse) tutele che hanno i creditori in Italia. Sulla giustizia penale, stendiamo un velo. Su quella civile sia d’esempio una banale controversia su un testamento, su una questione di confini: un decennio spesso non è sufficiente per venirne a capo. Sia chiaro che questi bizantinismi, questo andazzo non è riscontrabile nei “Paesi evoluti” sotto la lente di chi vuole e deve investire.

Il fisco, poi. Ognuno può dare la sua personale valutazione sulla quota che spetta a Cesare, sulla quantità e la destinazione delle imposte prelevate a persone e aziende. La valutazione che viene data dagli investitori stranieri è che le nostre aliquote siano semplicemente non concorrenziali con quelle irlandesi (che scendono fino al 12,5%), per dire; il nostro fisco, la legislazione societaria e tributaria non siano così “amiche” come quelle olandesi. Che non si intravvedono spiragli fortemente migliorativi nel futuro prossimo (risulta qualche proposta politica articolata, oltre al generico e comune “taglio delle tasse”?). Che gli oneri vari di cui è caricato il costo del lavoro italiano siano penalizzanti per i dipendenti. Che insomma Cesare voglia molto, restituendo poco. Insomma: quale sarebbe la ragione per cui una grossa banca d’affari londinese si dovrebbe trasferire a Milano piuttosto che nella ben governata Francoforte, nell’accogliente Madrid, nella cosmopolita Parigi o nelle convenienti Amsterdam o Dublino?

L’ottima cucina e il clima favorevole interessano poco al mondo degli affari. E pure al nostro mondo degli affari, se da anni assistiamo alla fuga di aziende che vanno a produrre all’estero o che trasferiscono la sede legale e/o amministrativa in Lussemburgo o in Olanda. Il caso della Fca di Marchionne è emblematico e fresco.

Fa specie che un simile “problema” non attraversi quasi mai le agende della politica nazionale. Questi sono i grandi cambiamenti che questo Paese attende da ormai troppo tempo. Tutte le altre riforme sono sì importanti, ma non possono né devono nascondere quelle che cambierebbero le fondamenta di un Paese che non cresce più dal lontano 1991. Se non affrontiamo qualità e risorse della spesa pubblica – a cominciare dalla pletorica e inefficiente “macchina” che la gestisce –, se non tocchiamo l’architettura legislativa e giudiziaria in una certa direzione, il resto sarà come acqua fresca sul cemento: non viene assorbita, non dà frutti.

NICOLA SALVAGNIN (AGENSIR) 05 ago 10:35