Cura e perdono
Chi presta una cura deve chiedere perdono come primo atto della relazione; talvolta il perdono è l’unico mezzo per conservare attivamente la relazione di cura. Un grande clinico americano ha risposto a chi gli chiedeva quale fosse il suo compito principale di fronte a un ammalato: “Domandare perdono”. E commentava: “Anche se agisco in buona fede, sono certo che il mio atteggiamento è inadeguato rispetto all’immensità del bisogno delle persone che devo curare. E, chiedendole perdono, valorizzo i miei atti, faccio comprendere che sono il risultato del massimo coinvolgimento nelle vicende di dolore di chi viene curato”. Ritengo che domandare perdono di fronte a chi soffre per problematiche cliniche o umane sia sempre doveroso, come sopra indicato, ma ancor più quando ci si accorge di aver assunto, seppure involontariamente, atteggiamenti inadeguati, privi di attenzione, di intelligente curiosità, di tenerezza, di generosità, caratteristiche che devono sempre accompagnare l’atto di cura. In particolare, nelle malattie croniche, nelle quali la cura non sempre porta a una significativa modificazione dell’itinerario di malattia, chiedere perdono diventa lo strumento per continuare a tenere aperta la relazione, esposta al rischio di rottura se, oltre alla precarietà dei risultati, si aggiunge l’aridità del linguaggio e la rigidità delle manifestazioni somatiche di vicinanza. Il perdono deve riguardare anche l’inadeguato impegno a conoscere la persona di fronte alla quale ci si trova.
Ognuno è un ricco deposito di informazioni, legate alla storia passata e presente, fatta di speranze e di fede. Vanno approfondite perché l’atto di cura si possa avvalere di una lettura della realtà multiforme e meravigliosa e non di una interpretazione superficiale e talvolta anche carica di preconcetti. Nella relazione i preconcetti sono un ostacolo tremendo, non sempre facile da rimuovere (si pensi alla supposta mancanza di impegno nel mettere in pratica quanto indicato, sia nella relazione di cura tra persone nella vita di tutti i giorni sia nella cura con valenza clinica). I pensieri egoistici, la mancanza di fiducia, sono elementi che interferiscono e spesso inficiano le relazioni di cura. La persona che si sente osservata velocemente, senza amore (atteggiamento che discende da un rapporto di conoscenza superficiale) accetterà l’atto di cura quasi come una costrizione. “Perché, se sono realmente benefiche, le indicazioni vengono comunicate velocemente, spesso con impazienza, senza attendere la mia reazione?Forse questo atteggiamento nasconde una sfiducia nei risultati dell’atto stesso di cura?”.
Solo una richiesta di perdono conferma il valore della cura: dichiarando l’errore, si abbatte la barriera tra chi soffre per la propria condizione e chi dichiara apertamente la propria debolezza. Curante e curato sono così sullo stesso piano, persone che hanno bisogno e che sperano di ricevere risposte adeguate alla loro sofferenza. Qualcuno potrebbe ritenere che chiedere perdono sia un gesto di debolezza, che fa perdere autorità a chi cura. Solo una visione commerciale delle relazioni induce a ritenere necessaria una certa separatezza tra chi riceve e chi offre una cura; la sua stessa efficacia dipende dall’intensità della relazione. Chi domanda perdono dichiara implicitamente la propria forza morale, la propria cultura tecnica (in ambito medico, ad esempio), l’impegno a raggiungere un risultato. Chiedere perdono è la massima espressione di umanità, della propria libertà da preconcetti e dal timore di mostrarsi deboli. È la premessa alla gioia che la cura infonde in chi è in grado di donarla.
(Foto Siciliani-Gennari/SIR)