Difesa civile non armata e nonviolenta
Il grande, enorme, movimento di opposizione alla guerra, al riarmo, alla militarizzazione, alle politiche di massacro, di sterminio, di dominio brutale per mezzo della coercizione, della sopraffazione, della violenza, è il segno più grande di cosa significhi la parola “forza”, ricca di una funzione generatrice, trasformatrice, di movimento, di apertura, ma anche di resistenza, di cura, di lotta, di protezione, soprattutto quando si manifesta in una dimensione collettiva, nella capacità di dare luogo a relazioni di condivisione, di rispetto, di solidarietà.
Eppure qualcosa ancora manca.
Entro metà settembre dobbiamo raccogliere 50000 firme per la proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione di un Dipartimento per la difesa civile non armata e nonviolenta e ancora non abbiamo raggiunto l’obbiettivo.
Perché la strada della nonviolenza, che dovrebbe essere pressoché consequenziale alle scelte politiche che il movimento sta agendo da anni, è ancora così difficile da accogliere? Perché rimanere con un piede ancora impigliato nel buio patriarcale del bastone e del sangue? Perché restare rinchiusi, ottenebrati, dalla superstizione, fondata sulle sabbie mobili, che un’arma possa difenderci, proteggerci, ristabilire giustizia?
Gli ultimi a comprenderlo bene sono stati gli uomini e le donne della Resistenza che hanno gridato forte quel “Mai più" scrivendo una Costituzione che dai principi fondamentali fino alle sue ultime righe, e non solo nell’articolo 11, nega ogni possibilità all’assassinio, alla violenza e alla sopraffazione su ogni essere umano. Una Costituzione fondata sul rispetto e sulla dignità che spetta a chiunque, anche a chi ha commesso le azioni più abiette.
Ma la nostra Costituzione era già scritta nelle lettere dei condannati a morte, nelle quali non una sola parola di vendetta e di sangue è stata mai pronunciata, era già tracciata nella ferita profonda di ogni partigiano e di ogni partigiana, come affermerà la costituente, partigiana comunista, Teresa Mattei, «In una guerra cosi estrema, si entra molte, troppe volte in conflitto con la propria morale ed etica. E per questo che preferisco occuparmi di pace. La guerra è terribile ed io spero che nessun ragazzo o ragazza debba mai imbracciare un fucile o mettere bombe». E anche se non è stata scritta, la parola “nonviolenza” innerva tutta la nostra carta fondamentale. Perché è difficile garantire “i diritti inviolabili dell’uomo” violando quelli di altri uomini, arduo riconoscere pari dignità ed eguaglianza di ognuno, negandole ad altri.
Infine negare il cumulo gigantesco di fallimenti ottenuti nell’ultimo secolo dalle guerre, difensive od offensive che fossero, oppure dalle avventure armate difensive od offensive che si autodefinissero, al cospetto dei tanti, numerosi successi, in ogni parte del globo, delle lotte nonviolente e non armate fa emergere solo la stolida irrazionalità, oppure la ripugnante convenienza, di chi propugna questo pensiero.
“Bisogna saper scegliere per tempo” cantava qualcuno, tanti anni fa… Prego tutte le persone che leggeranno queste righe di firmare ora, adesso, per un Dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta. E di fare tutto il possibile perché altri possano firmare e dare un’altra possibilità non alla pace ma a un mondo senza discriminazioni, soprusi, violenze e brutalità.
Ecco il link al sito
https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008
©Immagine di Mauro Biani