Dopo il woke, tornare alla politica concreta
Il ripensamento che sembra attraversare una parte significativa della sinistra americana rispetto agli eccessi della cultura woke e della cancel culture rappresenta, a mio avviso, un fatto politicamente positivo, le cui conseguenze potrebbero andare ben oltre la sinistra stessa e gli Stati Uniti. Non si tratta certo di mettere in discussione le battaglie contro le discriminazioni o per la tutela dei diritti, che costituiscono conquiste fondamentali delle democrazie liberali. Il problema nasce quando la legittima difesa dei diritti degenera in una politica prevalentemente identitaria, nella quale il linguaggio, l'appartenenza a un gruppo e la contrapposizione tra categorie finiscono per occupare lo spazio che dovrebbe essere riservato ai problemi concreti delle persone. È significativo che anche all'interno della sinistra progressista americana emergano oggi prese di distanza dagli eccessi della stagione affermatasi soprattutto nell’ultimo decennio. Una parte del mondo democratico sembra riconoscere che l'estremizzazione del linguaggio e alcune forzature identitarie abbiano contribuito ad allontanare settori della classe lavoratrice e dell'elettorato moderato. Parallelamente torna a crescere l'attenzione verso salari, lavoro, tutele sociali, costo della vita ed economia reale. E non è soltanto una questione elettorale. Le forme più radicali della cultura woke e della cancel culture hanno contribuito a trasformare il confronto politico da una competizione fra idee in uno scontro fra identità, favorendo autocensura, delegittimazione dell'avversario e una crescente difficoltà ad accettare il dissenso. Con un paradosso evidente: nel tentativo di promuovere tolleranza e inclusione si può arrivare a produrre nuove forme di intolleranza ed esclusione.
Ma c'è un altro effetto politico che merita particolare attenzione: il radicalismo genera radicalismo. Una sinistra percepita come sempre più concentrata sulle battaglie culturali e identitarie ha contribuito, almeno in parte, a rafforzare la propria immagine speculare: una destra a sua volta più radicale, identitaria e aggressiva. Negli ultimi anni abbiamo così assistito a una dinamica di estremismi contrapposti e a una progressiva esasperazione della polarizzazione politica. È accaduto negli Stati Uniti, ma fenomeni analoghi sono perfettamente riconoscibili anche in Europa e in Italia. Per questo considero importante un possibile ritorno della sinistra americana ai grandi temi economici e sociali. Se questa evoluzione proseguirà, potrebbe produrre conseguenze anche sul fronte conservatore: quando una parte politica abbandona progressivamente il terreno della guerra culturale, anche l'altra viene prima o poi costretta a confrontarsi su questo cambiamento. La politica potrebbe così tornare a discutere meno di simboli, parole d'ordine e appartenenze e molto di più di lavoro, salari, disuguaglianze, sanità, istruzione, produttività, accesso alle opportunità e mobilità sociale.
Anche perché davanti a noi vi sono questioni assai più grandi. La concentrazione di un potere economico, tecnologico e informativo senza precedenti nelle mani di pochissime grandi aziende; lo sviluppo dell'Intelligenza Artificiale e le sue conseguenze sul lavoro; la crescente difficoltà delle nuove generazioni a costruirsi un futuro; la sostenibilità dei sistemi sanitari e previdenziali; la sostenibilità ambientale; la necessità di recuperare il merito nella formazione, nel lavoro e nella selezione della classe dirigente. Sono queste, molto più delle guerre linguistiche, le questioni sulle quali si determinerà la qualità delle nostre democrazie nei prossimi decenni. Il woke, nelle sue manifestazioni più dogmatiche, ha contribuito a indebolire la coesione sociale, la libertà del dibattito e la fiducia nelle istituzioni, trasformando divergenze politiche potenzialmente componibili in conflitti identitari assai più difficili da ricucire. Per questo il possibile cambio di paradigma americano dovrebbe interessare molto anche l'Europa e l'Italia. Da noi, temo, il percorso potrebbe essere più lento, anche per la difficoltà di una parte dell'attuale sinistra italiana ad abbandonare categorie e linguaggi che altrove iniziano a essere messi in discussione. Eppure proprio questo cambiamento potrebbe aprire uno spazio politico nuovo, nel quale progressisti, conservatori e liberali siano "costretti" a misurarsi non sulla capacità di mobilitare le rispettive tifoserie, ma sulla capacità di offrire risposte credibili ai problemi reali. In questo spazio credo possa ritrovare un particolare protagonismo anche la proposta di un'economia sociale di mercato ispirata insieme ai valori cristiani e liberali: centralità della persona, libertà e responsabilità individuale, solidarietà, sussidiarietà, tutela di chi rimane indietro, libera concorrenza, valorizzazione del lavoro, dell'impresa e del merito, ma anche capacità di porre limiti alle concentrazioni eccessive del potere economico/finanziario. Non sarebbe un ritorno al passato, ma il recupero di un principio molto semplice e, forse proprio per questo, oggi rivoluzionario: la buona politica non deve stabilire chi abbia diritto di parlare, ma creare le condizioni perché il maggior numero possibile di persone possa vivere, lavorare e costruire dignitosamente il proprio futuro.
Foto Siciliani-Gennari/SIR