La logica della forza e delle armi
Dopo il primo conflitto mondiale, sorse la Società delle Nazioni con l’obiettivo di prevenire le guerre e favorire il dialogo fra i vari Paesi. Il Trattato istitutivo porta la data del 28 giugno 1919 e venne sottoscritto a Versailles da 44 Stati. Nonostante uno degli artefici di tale iniziativa fosse stato il presidente americano Wilson, gli Stati Uniti non vi aderirono per la forte opposizione del Partito repubblicano. La Società delle Nazioni non fu in grado di impedire i conflitti che coinvolsero le grandi potenze, come la guerra cino-giapponese iniziata nel 1931, la guerra italo-etiopica (1935-36), la guerra civile spagnola (1936-39), la seconda guerra mondiale (1939-45). Ulteriormente indebolita dal ritiro del Giappone e della Germania (1933), dell’Italia (1937) e dall’espulsione dell’Unione Sovietica dopo l’aggressione alla Finlandia (1939), la Società delle Nazioni fu sciolta formalmente il 18 aprile 1946. Il secondo conflitto mondiale, con oltre 60 milioni di vittime, convinse i principali Paesi del mondo a percorrere nuovamente la strada della costituzione di un organismo sovranazionale: ecco così che il 25 aprile 1945, i rappresentanti di 50 Stati si incontrarono a San Francisco per redigere la Carta delle Nazioni Unite, poi approvata il 26 giugno dello stesso anno ed entrata in vigore il 24 ottobre successivo. Nel preambolo dello Statuto delle Nazioni Unite è scritto: “Noi, popoli delle Nazioni Unite, ci impegniamo a salvare le future generazioni dal flagello della guerra […], a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole […], a promuovere il progresso sociale ed un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà”. Oggi le Nazioni Unite sono in piena crisi. Le grandi potenze mondiali operano senza preoccuparsi delle deliberazioni dell’Onu, come accaduto con l’invasione russa dell’Ucraina, con il genocidio perpetrato a Gaza da Israele con il sostegno sostanziale degli Stati Uniti e il silenzio complice di molti Paesi, con la crisi venezuelana e l’arresto di Maduro, ed ora con la guerra scatenata contro l’Iran da Israele e dagli Stati Uniti. Il 10 dicembre 1948 l‘Assemblea Generale delle Nazioni Unite riunita a Parigi approvava la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Questo testo rappresentò una pietra miliare sulla strada del riconoscimento della dignità di ogni uomo.
La “Dichiarazione Universale” è il primo atto del genere nella storia delle relazioni internazionali. Essa infatti è relativa a una materia che in precedenza era ritenuta di esclusiva pertinenza del diritto costituzionale dei singoli Stati. E’ un atto di portata storica, poiché per la prima volta si convergeva su un così ampio programma di diritti dell’uomo. Quasi tutti i Paesi del mondo hanno sottoscritto questa Dichiarazione, ma oggi le violazioni dei diritti dell’uomo non fanno più notizia talmente sono divenute sistematiche e diffuse. Al termine della Conferenza Diplomatica di Roma del 17 luglio 1998 venne adottato lo Statuto della Corte Penale Internazionale, entrato poi in vigore il 1° luglio 2002 a seguito del deposito del 60° strumento di ratifica. Ad oggi hanno riconosciuto la Corte Penale oltre 120 Paesi. La Corte Penale Internazionale ha sede all’Aja e la sua competenza è relativa ai crimini più gravi di rilievo per l’intera comunità internazionale, ed in particolare: genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra. Oggi le deliberazioni della Corte Penale Internazionale non trovano esecuzione, prova ne è il fatto che il leader russo Putin, i leader di Hamas e Nethanyau, verso i quali è stato emesso mandato di cattura, continuano nelle loro attività criminali. Soprattutto in questi ultimi anni, con la devastante accelerazione fornita dalla presidenza Trump, il diritto internazionale è stato disarticolato e la forza del diritto è stata sostituita dal diritto della forza. Il vecchio motto latino “si vis pacem para bellum”, “se vuoi la pace prepara la guerra”, è tornato in auge e il riarmo ne è una diretta conseguenza. Con papa Francesco la voce della Chiesa si era levata alta e forte a condannare questa logica della guerra e delle armi: “La vera risposta non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo, non facendo vedere i denti, un modo ormai globalizzato, e di impostare le relazioni internazionali” (24 marzo 2022).
Ora anche con papa Leone, la Chiesa si fa sentire in modo chiaro e netto: “Cari fratelli e sorelle! Seguo con profonda preoccupazione quanto sta accadendo in Medio Oriente e in Iran, in queste ore drammatiche. La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile. Dinanzi alla possibilità di una tragedia di proporzioni enormi, rivolgo alle parti coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile! Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia. E continuiamo a pregare per la pace”. (Papa Leone XIV, Angelus domenica 1/3/2026).
Una voce, quella della Chiesa, che rimane purtroppo inascoltata!
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