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Brescia
di PAOLA VILARDI 12 mar 2026 07:32

Le ragioni del Sì alla Riforma

Il referendum rappresenta uno degli strumenti più alti di partecipazione democratica di cui dispongono i cittadini. Non è soltanto un momento di voto, ma un’occasione di confronto collettivo sul funzionamento delle nostre istituzioni e sul modo in cui possono essere migliorate. Proprio per questo è importante, a mio avviso, affrontare il tema con uno spirito costruttivo, evitando semplificazioni o letture eccessivamente polemiche.

Il 22 e il 23 marzo saremo chiamati alle urne per confermare la riforma costituzionale che, è bene evidenziarlo, non incide sull’autonomia e l’indipendenza della magistratura (art. 104 Cost.), ma interviene sulla sua organizzazione interna e sui meccanismi di autogoverno. Una riforma che si inserisce in un percorso avviato da tempo che, con l’introduzione nel 1987 del processo accusatorio (Legge Vassalli), ha l’obiettivo di rendere il processo penale più equilibrato a garanzia dei diritti dei cittadini. Parlare di referendum, dunque, significa parlare di un processo più ampio di modernizzazione delle istituzioni, non di uno scontro tra poteri dello Stato.

È fondamentale chiarire un punto: questa non è una battaglia contro la magistratura. Al contrario, il senso profondo della riforma è proprio quello di rafforzare il funzionamento complessivo della giustizia, nell’interesse dei cittadini ma anche degli stessi magistrati. Un sistema più chiaro nelle regole, più trasparente nei meccanismi e più efficiente nei tempi aiuta chi lavora ogni giorno nei tribunali a svolgere meglio il proprio compito.

La giustizia è uno dei pilastri fondamentali dello Stato di diritto e la riforma si inserisce nella prospettiva di completare un percorso di rinnovamento che negli anni ha già compiuto alcuni passi importanti. Non possiamo dimenticare l’impegno profuso nel tempo da uno straordinario penalista bresciano, l’avvocato Giuseppe Frigo, che ha duramente lottato per l’introduzione del “Giusto Processo”, garantendo nell’art. 111 della Costituzione: terzietà del giudice, ragionevole durata dei processi, garanzie penali, contradditorio nella prova, motivazione di tutti i provvedimenti ed il ricorso in Cassazione. Anche per questa riforma, avvenuta nel 1999, ci furono battaglie ideologiche e dure contrapposizioni. Alla fine, prevalse il buon senso anche se, spiace dirlo, l’applicazione del principio del “giusto processo” viene spesso disatteso proprio perché, come diceva Giuliano Vassalli, “Una riforma del processo in senso accusatorio senza separazione delle carriere è una riforma a metà”.

La riforma che saremo chiamati a confermare chiude il percorso avviato: separazione effettiva delle carriere dei magistrati giudicanti e requirenti e non solo delle funzioni, così come previsto dalla Riforma Cartabia. Creazione di due Consigli Superiori distinti, uno per i giudici ed uno per i pubblici ministeri. Organismi che manterranno una composizione a maggioranza togata, analoga a quella attuale, ma che opereranno separatamente, affidando ai pubblici ministeri un autonomo organo di autogoverno distinto da quello della magistratura giudicante. La vera novità sarà rappresentata dalla creazione dell’Alta corte disciplinare, alla quale viene attribuita la competenza sui procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati. Ma la vera nota dolente, per chi si oppone alla riforma, è la modalità di selezione dei magistrati nei vari organismi con l’introduzione del sorteggio, unico strumento che potrebbe mettere fine al ruolo delle correnti all’interno della magistratura che, con lo scandalo Palamara, hanno solo reso pubblico un problema conosciuto da tempo.

Politicizzare eccessivamente il dibattito rischia di far perdere di vista l’obiettivo finale. Il referendum non è uno strumento per alimentare divisioni tra politica e magistratura, né tantomeno per mettere in discussione l’autonomia e l’indipendenza dei giudici, che restano principi fondamentali del nostro ordinamento. Abbiamo il dovere, da cittadini, di rafforzare la credibilità e l’efficacia del sistema giudiziario. Credibilità che si è purtroppo persa non per colpa della politica ma per una logica spartitoria di poteri che nulla ha a che fare con la bravura e la capacità di tantissimi magistrati.

In questo senso si può parlare di una vera e propria battaglia di civiltà. Non perché qualcuno debba vincere contro qualcun altro, ma perché si tratta di collaborare per costruire un sistema di giustizia più moderno, più comprensibile e più efficiente. Una giustizia che sappia garantire i diritti dei cittadini e allo stesso tempo valorizzare il ruolo e la professionalità dei magistrati.

In questa sede posso ricordare l’intervista che il cardinale Ruini ha rilasciato in questi ultimi mesi schierandosi apertamente per il SÌ al referendum, diversamente da molti cattolici che, incomprensibilmente, si stanno opponendo “La giustizia italiana da tempo ha bisogno di essere riformata”.

Per questo il referendum va affrontato con un approccio equilibrato e sereno. È un’occasione per discutere nel merito delle regole, per riflettere su come migliorare il funzionamento della giustizia e per rafforzare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Non è un voto contro qualcuno, ma un passaggio importante in un percorso di riforma che riguarda tutti.

PAOLA VILARDI 12 mar 2026 07:32