Primo Maggio: disarmare il lavoro
“Non ti esorto, almeno per ora, a quella forte testimonianza profetica di pagare, con la perdita del posto di lavoro, il rifiuto di collaborare alla costruzione di strumenti di morte. Ma ti incoraggio a batterti perché si attui al più presto, e in termini perentori, la conversione dell’industria bellica in impianti civili, produttori di beni, atti a migliorare la qualità della vita”. L’invito del venerabile don Tonino Bello nella sua “Lettera al fratello che lavora in una fabbrica di armi” (1986) è rilanciato dalla Conferenza Episcopale Italiana nel Messaggio per il prossimo Primo Maggio dal titolo “Il lavoro e l’edificazione della pace”.
“In un tempo come il nostro caratterizzato dal crescente incalzare di conflitti bellici – scrivono i Vescovi – siamo chiamati a interrogarci sulla ricaduta sul lavoro e sulle condizioni inedite in cui l’attività umana oggi si trova”. “L’essenza del lavoro umano è quella di un’azione collettiva generativa”, evidenziano i Vescovi notando che oggi “il lavoro umano si intreccia sempre più con la pace e con la guerra”. “Viviamo in una stagione storica dell’Europa e del mondo in cui molti si stanno di nuovo esercitando nel ’mestiere della guerra’ coinvolgendo anche le attività industriali e informatiche”. E aggiungono: ”Constatiamo inoltre che il lavoro che è al servizio di obiettivi bellici investe ingenti risorse economiche sottraendole ad altre finalità”. Da qui l’appello: “Sentiamo l’urgenza di orientare ogni attività umana alla pace ed è tempo di ribadire che il futuro si può costruire solo se ci poniamo ancora in ascolto della profezia di Isaia: 'Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra' (Isaia 2,4)”.
Nelle scorse settimane l’arcivescovo di Napoli, mons. Domenico Battaglia, esprimendo in una lettera pubblica il dolore da “una terra che trema sotto il rumore feroce delle armi”, rivolgendosi ai “mercanti di morte” ribadiva: “Il Vangelo non benedice le industrie della distruzione”.
Non mancano, dunque, gli appelli ad interrogarsi sulle finalità del lavoro in questo nostro tempo in cui l’economia di guerra sta diventando sempre più pervasiva. Stupisce, invece, un certo silenzio, quasi una ritrosia, a riportare questi messaggi nel dibattito all’interno delle fabbriche e nei luoghi di lavoro, quasi non si volesse disturbare. Un atteggiamento di cui non sono esenti le associazioni sindacali di ispirazione cattolica. Anche nel territorio bresciano in cui la produzione armiera è rilevante. O sbaglio?
@Foto Ansa/Sir