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Brescia
di LUCIANO COSTA 07 mag 2026 08:17

Terremoto in Friuli: la solidarietà dei bresciani

Mezzo secolo fa, il 6 maggio 1976, il terremoto in Friuli Venezia Giulia, piccola regione di confine, richiamò gli italiani, ma non solo loro, all’esercizio della solidarietà, come se fossero dentro un vortice dove un insieme di uomini e di donne si opponevano e si riappacificavano con la terra… Quel giorno, fino a quel momento un giorno qualsiasi, si trasformò improvvisamente in tragedia, ma anche in pagine di ordinaria fraternità, che per molti rasentava la follia applicata alla cronaca, ma che erano la voce e l’opera di un popolo che smetteva di essere di questo o quel territorio per essere unico e unito nel provvedere alle necessità di fratelli sconosciuti che il terremoto aveva sommerso di macerie e lutti. Quel giorno consegnò alla storia quasi mille morti, oltre 2.500 feriti, più di mille sfollati. Quel giorno lasciò dietro di sé disperazione, brandelli di case, officine e stalle, costrinse la gente a cercare i morti sotto le macerie, assicurando a ciascuno degna sepoltura. Nel turbinio di parole, cronache, pensieri, lacrime e speranze brillò allora quel “mandi”, che lassù significava, e ancora significa, dire grazie, esprimere riconoscenza e gratitudine, asciugare lacrime… Ricordo e ancora mi commuovo e lascio spazio alle lacrime non versate, perché allora non c’era tempo per piangere, bisognava invece raccogliere le macerie, impedire alle ruspe di abbattere i cenci di mura rimasti, iniziare subito a ricostruire. Iniziò il tempo della solidarietà, che Brescia e i bresciani onorarono e innalzarono a virtù praticabile. Allora, il vescovo Luigi Morstabilini, anima mite e generosa, raccomandò ai bresciani di non lesinare sforzi e risorse per rendere meno grama la vita nei paesi colpiti dal sisma; don Giuseppe Tognali, direttore della Caritas, chiese “unità di intenti e capacità di operare insieme per il bene dei fratelli friulani”; i due quotidiani locali (“Giornale di Brescia” e “Bresciaoggi”), questo settimanale, la rivista “Madre” e ogni pagina di bollettino stampato chiesero ai rispettivi lettori gesti di concreta solidarietà; paesi, parrocchie, oratori e associazioni, riscoprendo “la bellezza e la forza della carità”, spalancarono porte, infransero salvadanai, raccolsero cibo e indumenti, inventarono trasporti celeri diretti in Friuli… Don Antonio Fappani, allora direttore di “Voce”, mi mandò quella terra devastata… Scrissi di paesi e luoghi tutti uguali, appiattiti al suolo come fuscelli, dove ci si muoveva senza avere il coraggio di parlare: luoghi e paesi passavano sotto i nostri occhi come grani di un Rosario doloroso. Raccontai l’andirivieni di centinaia di bresciani organizzati e non organizzati, ognuno pronto a fermarsi per aiutare. Adesso, dopo 50 anni, riscopro la lacrima non ancora versata e, ricordando gli amici con cui condivisi quei giorni, quasi tutti andati avanti, le chiedo di essere annunciatrice di nuova speranza per i giorni che verranno, giorni di pace e di “mandi” seminati ovunque.



@Vigili del Fuoco

LUCIANO COSTA 07 mag 2026 08:17