Don Pierantonio, il prete di Pezzo
Dopo 51 anni di sacerdozio e 50 di ininterrotto parrocchiato, il sacerdote saluta la comunità che ha sempre guidato con passione
Un viaggio alla scoperta di uno di quei mondi che non esistono più o che, se esistono ancora, lo si percepisce dalle labili tracce lasciate, che però rischiano di scomparire. È il mondo che un prete-parroco (prete da 51 anni, parroco ininterrottamente da 50), don Pierantonio Leoncelli, adesso racconta con la lievità di chi ha combattuto la buona battaglia e lascia i frutti di tale impegno a chi sarà inviato con il compito di continuare l’opera.
Fra qualche giorno, quando le campane di Pezzo, frazione alta di Ponte di Legno, dove ha sminuzzato giorno dopo giorno la sua missione di parroco offrendola a chiunque volesse condividere la magnifica avventura, saluteranno la Festa della Madonna della Neve (che qui è di casa, venerata e onorata insieme all’umile santa Lucia), don Pierantonio consegnerà le insegne di parroco, magari sorridendo come sempre, ma forse anche trattenendo a stento la “furtiva lacrima” che, sommando ricordi e memorie, attualizza ciò che stato e ancora è. E sarà orgoglioso di quel che ha fatto, ma ancora disponibile, da prete anziano, e ancora giovane dentro e forte abbastanza per sfidare i giorni che verranno, a restare al servizio delle comunità.
Figlio della montagna, ben cosciente della fatica necessaria per scoprirla, servirla e amarla, Pierantonio rispose alla “vocazione di farsi prete” con la semplicità, la fiducia e la forza dell’alpino: la semplicità di chi sa di essere non un privilegiato, ma un mandato a servire e ad annunciare il Vangelo; la fiducia di chi il suo tempo è pronto a circondarlo di infinito piuttosto che di occasionale; la forza di chi, portando scarponi e bisaccia, mostra di che pasta è fatto un vero alpino.
Pierantonio, nato a Pezzo nel 1944, è stato ed è rimasto, anche con la veste di parroco assegnatagli dal vescovo Luigi Morstabilini appena un anno dopo averlo ordinato presbitero (correva l’anno 1975 ed era ancora numeroso il gruppo di giovani che abbracciavano il sacerdozio ministeriale), cittadino di Pezzo, ma anche di Case di Viso e di Ponte di Legno, del Tonale trentino e di qualunque altro luogo disposto a mettere tra le sue pieghe qualche scampolo di bontà. Conoscendolo, so che preferirebbe andarsene in punta di piedi e senza incomodare nessuno. Però, come si fa a restare indifferenti di fronte a 51 anni di sacerdozio e a 50 di ininterrotto parrocchiato? Non si può! Quindi, è giusto che la cronaca tramandi ai posteri (semmai avessero voglia e tempo di leggere) le note essenziali di una vita spesa al servizio della comunità: curato per un anno a Ponte di Legno al fianco di don Giovanni Antonioli, subito dopo, nel 1976, parroco a Pezzo, il paese più alto e più distante dalla città, alpino tra gli Alpini, guida spirituale nei pellegrinaggi in Adamello, prete di confessionale e di altare, consigliere degli umili, predicatore di semplicità, abitante una casa sempre aperta a chiunque, sempre pronto a farsi parte dei problemi della gente, generoso la sua parte e, quindi, tra coloro che potevano rallegrarsi di dare senza chiedere spiegazioni o giustificazioni.
Don Pierantonio lascia adesso la parrocchia di Pezzo (manterrà, però, su incarico del vescovo di Trento, il servizio pastorale alla parrocchia del Tonale), ma non smetterà di restare, al pari del suo maestro don Giovanni Antonioli, “uno di noi: prete di tutti”, un tassello importante di Pezzo, dell’Alta Valle Camonica e della diocesi bresciana. Ne ha diritto. Lo dice la gente, lo confermano gli impegni assunti e onorati, lo testimoniano coloro che avvicinandolo hanno scoperto la bellezza del Vangelo e la forza di tradurlo ogni giorno in pratica.
Un giorno, insistendo perché mi raccontasse la sua avventura di prete, don Pierantonio prese in prestito quel che il suo maestro don Giovanni aveva già palesato e mi propose, in alternativa, di ragionare sulle piccole-grandi cose che succedono dentro e fuori la chiesa e di cui il prete è sempre testimone. “Ecco – disse –, se incominci da quelle, capisci perché la tonaca è un segno di distinzione e non uno svolazzo imposto dal rituale; perché le mani del pastore in cura d’anime sono sempre pronte ad aprirsi e mai a chiudersi; perché lui, il prete, è necessario sia che si desideri nascere sia che si debba morire; perché è amato e odiato…”. Poi, sfoderando il sorriso più bello, racchiuse nel classico “ma va là…” la certezza dell’amicizia e anche l’essenza dell’essere prete, quella di “servire, non di essere servito”.