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Concesio
di GIUSEPPE BELLERI 30 ago 11:14

La Coccaveglie di padre Pippo

Da decenni padre Pierangelo Ferrari porta in villeggiatura, a Valvestino, in Valsabbia, gruppi di giovanissimi. Ecco la sua storia

“Sono appena tornato da Coccaveglie, che sovrasta dall’alto dei suoi 1250 metri la Valvestino, dove abbiamo ospitato, in questi mesi estivi, molti giovani: un gruppo di russi, uno di ragazzi affetti da disturno dello spettro autistico e ragazzi disabili, alcune squadriglie di Scout e alcuni gruppi parrocchiali, soprattutto di fuori provincia”. Così ci ha detto padre Pierangelo Ferrari, chiamato affettuosamente “Padre Pippo”.

Ragazzi. “Finché ci saranno dei giovani che vorranno ritemprare spirito e corpo dopo mesi passati sui banchi, noi ci saremo, anche se i segnali non sono incoraggianti, meta delle vacanze sono sempre di più le località dell’alta e bassa Italia, oltre che quelle estere, e sempre meno le belle e ridenti colline fuori porta”. Come è iniziata l’avventura di Coccaveglie? “Nel 1971 si costituì il gruppo, che poi diventerà Associazione Amici di Cocca Veglie”, che acquistò uno degli edifici militari costruiti a presidio dell’antico confine con l’Austria con l’idea di trasformare in opere di pace ciò che era stato costruito per scopi militari; in seguito venne acquistata e ristrutturata anche la Vecchia Polveriera, verrà chiamata Cocca Bis, la Guardiola, diventerà la chiesetta ed infine la Caserma della Fobbia, appellata “Cocca Tris”, lasciata dalla famiglia Dal Zotto”. Come è diventato sacerdote e in seguito gestore di case? “Fin da piccolo ho respirato aria di sacrestia: quando abitavamo a Casalmoro ogni tanto passava a trovarci il “cugino” padre Ottorino Marcolini che, al solito, mangiava poco poiché gli piaceva interrogarci mentre eravamo a tavola. Quando, poi, venimmo ad abitare a Brescia eravamo a due passi dall’oratorio della Pace, gestito dai Padri filippini: Bevilacqua, Caresana, Manziana, Marcolini… E dopo il diploma classico, la vocazione sacerdotale maturò e per me fu quasi naturale seguire le orme dei fratelli maggiori che avevo frequentato per tanti anni. Fresco di talare feci per un anno il curato di padre Marcolini: si vedeva e si sentiva che era una gran bella anima, quanti ricordi serbo di lui nel cuore. In seguito il mio ministero non fu costruire case (come fece a migliaia padre Ottorino) ma gestire case di accoglienza e di Provvidenza, contando non sull’obolo statale ma sul lavoro e sudore quotidiani (ricordo che nei primi tempi andavo pure io a lavorare in fabbrica e al ritorno, a casa, condividevo con i ragazzi che ospitavo anche il nero delle mani)”. Chiaramente padre Pippo non ha fatto tutto da solo: in tutti questi anni ha avuto vari e preziosi collaboratori. Nel concludere questa bella intervista, che meritava altre e migliori righe, possiamo coniare il motto di padre Pippo: mentre Marcolini se ti incontrava ti diceva “’Ndom!”, padre Pippo ti incalza con “Chè fom?”.

GIUSEPPE BELLERI 30 ago 11:14