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di ELISA GARATTI 04 giu 2026 18:35

Un campione d'Italia bresciano

Un amore, quello di Pietro Bonisoli per la pallavolo, nato per scherzo dopo le partite della sorella Anna. Un amore sbocciato, anche grazie al sostegno dell’allenatrice Agnese Ranzenigo, che ha saputo accompagnare e incoraggiare un ragazzo che, molto presto, ha affrontato prima il salto nei Diavoli Rosa (dove, nel 2021, ha esordito in Serie A3) e poi alla Rana Verona, tra le migliori squadre di SuperLega che, quest’anno, ha addirittura conquistato la Coppa Italia di Serie A1. Per il libero di Pompiano, classe 2005, il sogno continua.

Quando è nata la passione per la pallavolo?

Praticavo l’atletica e mi piaceva molto. Mia sorella, invece, giocava a pallavolo nella società del mio paese. Io la seguivo ovunque e, al termine delle partite, entravo in campo per giocare un po’ con la palla. A quel punto, mio papà si è confrontato con l’allenatrice Agnese Ranzenigo, a cui sono molto legato anche oggi, per farmi provare questo sport. Da lì è nato tutto.

Sei cresciuto nei Diavoli Rosa Brugherio, una delle società più prestigiose a livello giovanile, per poi vivere con la prima squadra l’esordio in A3. Quando hai capito che la pallavolo poteva essere qualcosa di più di un hobby?

No, ero ancora troppo piccolo e pensavo solo a divertirmi. La scelta dei Diavoli Rosa è stata presa anche con il supporto di Agnese e della mia famiglia. Avevo iniziato a farmi notare con la selezione regionale e mi erano giunte alcune offerte interessanti. Più crescevo, più diventavo competitivo e volevo vincere: con questa squadra l’ho fatto e mi sono divertito tantissimo. Lo switch, soprattutto mentale, è arrivato però con la chiamata di Verona.

Una chiamata che ha realizzato il sogno di ogni giovane pallavolista: giocare in SuperLega…

Si, è stata decisamente la realizzazione di un sogno. Era fine maggio: Dario Simoni (allenatore, ndr) era venuto a casa mia, chiedendomi di scrivere su un foglio i pro e i contro di giocare a Verona. Non ero convinto al 100%, non avevo nemmeno 18 anni e mi sembrava qualcosa di più grande di me. Ho comunque deciso di cogliere l’occasione e ora ne sono molto felice.

Oggi, ti senti all’altezza di questo campionato? In questo percorso, che difficoltà hai dovuto affrontare?

Per carattere, non mi sento mai all’altezza di nessuno, nonostante in questi quattro anni mi sia sempre sentito parte della squadra e della società. Le difficoltà sono state mille, a partire da quelle più banali, legate alla quotidianità, come dover fare tutto da solo, ma queste non hanno mai interessato l’attività in campo, anche se qualche giornata storta c’è stata.

Che rapporto hai con la tua famiglia?

La mia famiglia è sempre stata e continua a essere un punto di riferimento per me. Mio papà è più istintivo, mia mamma più razionale. Mi hanno sempre incoraggiato, offrendomi il loro sostegno anche nei momenti difficili. Comunque, anche Agnese fa parte della mia famiglia, avendomi aiutato costantemente nel mio percorso sportivo. Tutti mi hanno sostenuto nel prendere decisioni di cui oggi vado fiero: sono sempre state delle decisioni ragionate e i risultati sono arrivati.

Spesso hai bruciato le tappe, trovandoti ad essere il più piccolo e dovendoti confrontare con giocatori più grandi ed esperti. Questo confronto ti ha permesso di crescere più in fretta?

Sono sempre stato il più piccolo, è vero. Quando sono arrivato a Verona, per esempio, avevo solo 17 anni. Il confronto con compagni più esperti mi ha aiutato molto. Ho tanti modelli in testa, ho preso qualcosa da tutti. A posteriori, poi, mi do anche una grande pacca sulla spalla per il sacrificio e il lavoro quotidiano.

In un mercato sempre in fermento, Verona ha deciso di rinnovare il tuo contratto per ben tre anni. Una bella prova di fiducia…

Sì, è stata una scelta che ho davvero apprezzato. A me piace lasciare qualcosa alle persone: se la società ha fatto queste scelte è perché forse sono riuscito a dare qualcosa di importante in termine di presenza, carattere, forza e costanza.

Nell’annata appena conclusa, la Rana Verona ha disputato un campionato di alto livello, riuscendo a vincere la Coppa Italia. Che valore ha questo trofeo per te?

Alzare il trofeo è stato un rilascio di endorfine pazzesco. È stato bellissimo. In pochi anni, questa società è cresciuta esponenzialmente e pensarmi parte di questa ascesa è veramente un orgoglio per me.

Nel tuo curriculum emergono anche numerose presenze con la Nazionale giovanile, con cui hai guadagnato l’oro ai Wevza Under 17 (2021), quello agli Europei Under 18 (2022), l’argento ai Wevza Under 19 (2023) e al Festival olimpico della gioventù europea Under 19… Cosa significa, per te, vincere con i colori azzurri?

La Nazionale ti fa capire quanto sia difficile raggiungere e mantenere un certo livello. Per i giovani, i colori azzurri sono visti come l’Olimpo, la vetta dello sport. Era veramente qualcosa a cui ambivo e sono contento di averne fatto parte. È stato bellissimo anche aver avuto la possibilità di viaggiare per il mondo, immergendomi in culture e situazioni totalmente differenti. È stato un onore indossare la maglia azzurra.

Hai ancora qualche sogno nel cassetto?

L’unico vero sogno, anche se forse molto difficile da realizzare, sono le Olimpiadi. Mi piacerebbe parteciparvi come giocatore o come parte dello staff. Ho vissuto l’atmosfera dei cinque cerchi grazie al Festival olimpico della gioventù europea: è stata l’esperienza più bella della mia vita.

Chi è Pietro al di fuori del campo da pallavolo?

Negli ultimi due anni, ho cercato di costruirmi un percorso parallelo a quello sportivo, iscrivendomi alla Facoltà di psicologia. Quando dovrò appendere le ginocchiere al chiodo, mi piacerebbe fare da supporto nei reparti ospedalieri più difficili, come quello oncologico o pediatrico. Questi studi mi stanno appassionando, ho già tantissimi progetti in mente e sono determinato a proseguire per realizzarli.

 

ELISA GARATTI 04 giu 2026 18:35