Dallamano: La nostalgia del grande Brescia
Simone Dallamano non è un giocatore di cui molti ricordano la storia calcistica. Eppure, ha collezionato 208 presenze negli anni d’oro del Brescia Calcio, quando in campo si vedevano campioni del calibro di Roberto Baggio, Pep Guardiola, Andrea Caracciolo e Luca Toni. Quello fu un contesto u-nico, che gli ha permesso di esordire a soli 18 anni (nel 2001) e di crescere sportivamente accanto a grandi esempi, vivendo esperienze che pochi possono valutare.
Che cosa ricorda di quegli anni?
Era un ambiente meraviglioso per un ragazzino. Quei campioni li avevo sempre visti sulle figurine o ai Mondiali: ritrovarmeli accanto nello spogliatoio e in campo era come vivere in un altro mondo. Per noi ragazzi immaturi di provincia sembrava davvero di viaggiare sollevati da terra.
Dei tanti campioni che ha incontrato, chi ha particolarmente a cuore come uomo e come giocatore?
Sicuramente Roberto Baggio. Può sembrare scontato dato il personaggio, ma non è così. Con noi giovani aveva attenzioni speciali: si cambiava nello stesso spogliatoio, parlava con noi come se fossimo suoi pari. Ascoltare i suoi racconti e le sue esperienze è stata una scuola di umanità, oltre che di sport.
Ha vissuto la parte migliore del calcio bresciano, ma poi la sua carriera è diventata una trottola. Perché?
Purtroppo gli infortuni hanno inciso molto. Continuando ad avere problemi fisici si è poco costanti in campo. Senza quelli forse avrei potuto continuare più a lungo. Ho cambiato molte squadre, ma per fortuna ho sempre giocato abbastanza vicino a casa. A parte Cesena, sono stato a Lumezzane, Mantova e Castiglione delle Stiviere. La mia carriera è rimasta legata al territorio e, soprattutto, a Brescia, dove ho iniziato e dove ho lasciato il cuore.
Da sette anni ha cambiato attività ed è diventato osservatore per la Juventus. Cosa significa per lei?
È un ruolo importante, dato che sono un collaboratore stretto del direttore sportivo. È un lavoro dinamico: dieci giorni fa, ero in Brasile, prima ero in Svezia e ora sono a Stoccolma. Non si rimane molto tempo a casa con gli amici; è un lavoro in cui si viaggia continuamente per conoscere, studiare e valutare giocatori.
Ma cosa fa, concretamente, un osservatore?
Mi occupo di scouting internazionale. Lavoriamo in gruppo per individuare i profili più adatti alle esigenze della società. Visioniamo tanti giocatori prima delle scelte finali: a volte segnalo io, altre volte lo fanno i colleghi. I talenti evidenti li vedono tutti, la vera difficoltà è capire se un giocatore sconosciuto potrà diventare importante in futuro.
Da osservatore ha mai seguito l’attuale Brescia?
Seguo categorie più alte, ma ho comunque un occhio attento. La Serie C è un campionato molto fisico. Il Brescia ha persone competenti, ma i risultati non sono mai scontati.
Quest’anno si sono contati tanti infortuni al menisco: c’è una spiegazione?
Probabilmente, incidono molto le condizioni del terreno dei campi di gioco. In Serie C si passa da sintetici a terreni non sempre perfetti: questa alternanza può creare difficoltà fisiche importanti.
Questo Brescia quando potrà tornare in Serie B?
È difficile fare previsioni. Di certo, Brescia è una piazza che merita almeno la Serie B, ma nel calcio serve il giusto incastro di fattori: organizzazione, continuità e anche un pizzico di fortuna.
Cosa si augura per la nostra città?
Che cresca non solo la categoria, ma anche la struttura: uno stadio nuovo, per esempio, e soprattutto un clima di entusiasmo e affetto attorno alla squadra. Brescia ha bisogno di ritrovare quella passione che può fare la differenza. Tutti noi viviamo inseguendo un sogno.