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Brescia
di + PIERANTONIO TREMOLADA 19 apr 2026 15:10

Tremolada: Abbiamo vissuto un momento di grazia

Leggi il testo pronunciato, oggi, nella chiesa del Centro pastorale Paolo VI, dal vescovo Pierantonio Tremolada davanti a 320 delegati in occasione della chiusura del Convegno Diocesano “Siamo la Chiesa del Signore” (10-12 aprile e 17-19 aprile)

Carissimi delegati, eccoci alla fine del nostro Convegno Diocesano. Cosa abbiamo vissuto? Abbiamo vissuto un momento di grazia, così come avevamo chiesto al Signore nella nostra preghiera. È stata grazia ritrovarsi insieme nel nome del Signore, sentirsi fratelli dentro la sua Chiesa, pur nelle differenze di personalità, di provenienza, di responsabilità; rispettarsi nelle diversità e aprirsi gli uni gli altri nell’accoglienza di ciò che ciascuno ha potuto offrire. Abbiamo visto volti sereni e respirato un’atmosfera di pace. Abbiamo pregato insieme, lodando il Signore per i suoi benefici e abbiamo fatto risuonare la Parola di Dio. Ci siamo scambiati parole costruttive, con passione, lucidità e schiettezza. Risuonavano nell’aria, come una melodia silenziosa, le parole del Salmo 131: “Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme”.

È stata grazia aver toccato con mano come la sinodalità non sia una teoria. Come ci è stato ricordato dal vescovo Erio Castellucci, essa non è nemmeno un semplice metodo possibile della vita ecclesiale. È piuttosto il metodo ecclesiale, uno stile che divien prassi, che implica capacità di ascolto dello Spirito e quindi di ascolto reciproco (perché dello Spirito ognuno è portatore); uno stile che domanda esercizio di corresponsabilità, di discernimento condiviso, di sostegno reciproco, di visione comune, ampia e lungimirante, e soprattutto consapevolezza di essere parte della Chiesa, popolo di Dio in cammino nella storia.

È stata grazia cercare di interpretare insieme i segni dei tempi o, come ci è stato ricordato sempre dal vescovo Erio Casrellucci, i germogli dello Spirito, ponendoci in umile ascolto della sua voce, senza pretesa di imporre ciascuno il proprio pensiero, ma ricercando l’unica verità che nessuno da solo possiede. Ci siamo interrogati con onestà su qual è la volontà di Dio, oggi, per questa nostra Chiesa. Abbiamo fatto questo guardando al mondo contemporaneo con empatia e con affetto, senza ingenuità, senza nasconderci le fatiche e le contraddizioni, ma con il desiderio di renderlo migliore. Abbiamo sentito il bisogno di allargare il cuore per condividere le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dell’umanità di oggi, affrontandone insieme le sfide, facendo nostre le sue grandi domande, sentendoci felicemente in sintonia con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, ispirati da una retta coscienza. Siamo Chiesa in missione. Come ci ha ricordato il cardinale Josè Tolentino: “La missione non è un compito aggiuntivo, un’incombenza che si somma alle fatiche già gravose della vita parrocchiale. È la ragion d’essere di ogni comunità cristiana. Essa poi si specifica in rapporto al territorio, che non è semplicemente lo sfondo della missione: ne è la grammatica. Una Chiesa missionaria è una Chiesa che conosce il suo territorio non dall’alto di una scrivania, ma dal basso di un’attenzione quotidiana”.

È stata grazia prendere maggiore coscienza del valore del vangelo, del tesoro che abbiamo da offrire a chi ricerca con onestà il senso della propria vita, ma anche a chi appare incerto, disorientato, confuso e sfiduciato. Ci presentiamo come umili testimoni della misericordia di Dio, che ha visitato il mondo e rinnoviamo l’impegno a costruire una civiltà fondata non sull’odio ma sull’amore, non sulla violenza ma sulla mansuetudine, non sull’arroganza ma sulla tenerezza, facendoci operatori di pace e promotori di giustizia, non venga meno la speranza.

Nella lettera con la quale avevo annunciato il percorso che avrebbe condotto a questo Convegno Diocesano, scrivevo così: “L’intenzione che ci muove è quella di un ascolto umile e attento dello Spirito che faccia luce con sapienza e con coraggio sulla nostra attuale situazione di Chiesa. Non posso tuttavia nascondere che da questa riflessione di ampio respiro e di intensa spiritualità mi attendo anche indicazioni importanti e non vaghe circa alcuni aspetti della nostra azione pastorale, che in questo momento mi appaiono tanto rilevanti quanto delicati”. Devo dire che questa attesa non è stata delusa.

Che cosa è accaduto nei giorni del nostro Convegno? Di cosa abbiamo parlato? Su cosa ci siamo confrontati? Provo a far risuonare qualche parola che cerchi anche solo di evocare la ricchezza di quanto abbiamo condiviso.

Abbiamo parlato della necessità di stabilire il giusto rapporto tra Vangelo e vita, in una prospettiva vocazionale, toccando tutti gli aspetti e gli ambienti del vissuto. Abbiamo auspicato un cambio di paradigma della pastorale, che dalla programmazione passi decisamente alla relazione. Abbiamo riconosciuto nella carità – intesa anzitutto come partecipazione all’amore stesso di Dio – la via maestra dell’evangelizzazione. Abbiamo meglio compreso l’importanza della formazione, che abbiamo voluto definire nella linea di un accompagnamento nella fede, pensando in particolare agli adulti, e abbiamo voluto immaginare nella forma di una fraternità formativa, cioè di una comunità cristiana accogliente e coesa, che trova nell’eucaristia, celebrata bel giorno del Signore, la sua viva sorgente e nell’ascolto perseverante della Parola di Dio, accostata con metodo, il suo nutrimento.

Abbiamo parlato di giovani -ascolto, accoglienza, accompagnamento – di oratorio in prospettiva missionaria, dell’intercultura come nuova dimensione della vita sociale e di Chiesa. Abbiamo riconosciuto il grande valore della famiglia, nel quadro delle grandi sfide attuali legate all’identità di genere, alle pari dignità, al calo delle nascite e in relazione al grave compito educativo proprio dei genitori.

Abbiamo parlato della corresponsabilità ministeriale come aspetto costitutivo della comunità cristiana, degli organismi di partecipazione come modalità specifica di una simile corresponsabilità.

Ci siamo confrontati sui beni della Chiesa, domandandoci in che modo vanno posti a servizio dell’unico bene di cui parla il Vangelo e aprendo prospettive anche coraggiose.

Ci siamo, infine, interrogati, sul metodo che deve caratterizzare la nostra azione pastorale e abbiamo sottolineato la rilevanza della sperimentazione.

Che cosa faremo ora? Cercheremo di mantenerci di nuovo in ascolto dello Spirito. Si apre davanti a noi un cammino nel quale dare corpo a quanto lo Spirito ci ha ispirato. Ci è chiesta quella singolare sapienza che è capace di coniugare realismo e coraggio. Non dovremo disperderci. Dovremo essere concreti, senza tuttavia spegnere lo slancio che abbiamo vissuto in questi giorni. La riflessione, la valutazione condivisa, gli orientamenti e le prospettive non sono mancati e sono state indicate anche scelte piuttosto precise. Dovremo creare le condizioni affinchè tutto questo possa calarsi nel vissuto reale della nostra Chiesa. Sarà necessario, come giustamente ci è stato raccomandato, compiere una semplificazione, un alleggerimento, che ritengo debba essere inteso nel senso della concentrazione su ciò che dal punto di vista evangelico va considerato essenziale. Non si tratterà di una semplice riduzione delle attività: non sarà sufficiente fare meno. Ci interessa l’alta qualità della vita di fede: sarà perciò necessario fare meglio, fare quanto Dio si attende da noi oggi. E farlo pensando alla vita di ogni giorno. Dovremo, comune, capire, che cosa è possibile fare subito e cosa è doveroso prospettare, con tempi però non vaghi.

Non potrà mancare una progettualità intelligente, appassionata e lungimirante, una progettualità che non è semplice programmazione. Ci interessano, infatti, le relazioni, ci interessa il bene di ogni persona, chiamata a conoscere Colui che, presentandosi al mondo, ha detto: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”.

Ci attende, dunque, una fase nuova del nostro discernimento. Chiediamo, perciò, al Padre che è nei cieli il dono della sapienza prudente, cioè della capacità di riconoscere e di decidere alla luce dello Spirito e della Parola di Dio ciò che è bene fare qui e ora, con libertà e responsabilità. Come ho detto ai sacerdoti nella celebrazione della Messa Crismale dello scorso Giovedì Santo, per compiere le scelte giuste, non basta l’efficienza o il calcolo, serve una luce più profonda che viene dall’alto. E non si dovrà mai dimenticare che chi compie un vero discernimento non teme di osare.

Soprattutto ha un forte senso della concretezza. Non si ferma alla soglia delle buone intenzioni. Permettete che richiami a questo punto le tre parole che avevo consegnato nella lettera per il Convegno Diocesano. Parlavo della gioia, della speranza e della comunione. Posso dire e lo dico con sincera soddisfazione, che queste parole hanno trovato conferma in ciò che in questi giorni abbiamo vissuto insieme e abbiamo insieme meditato. Ognuno di noi facciamo in modo che si mantengano vere nel cammino che riprendiamo e nei luoghi in cui ciascuno di noi ritornerà.

Pensando a questo, ho piacere che riascoltiamo le parole che ci ha rivolto il cardinale Tolentino: “Credo che il vostro Convegno sia chiamato a essere un momento in cui, insieme, riconoscete il Signore presente sulla riva della vostra storia. Egli è lì, vi precede, vi attende. Non vi chiede prestazioni impossibili, ma passi coraggiosi nella Sua sequela. Andate avanti, cari fratelli e sorelle di Brescia. Andate avanti nell’unità e nell’amore, come vi esorta il vostro Vescovo. La Chiesa del Signore, nella vostra terra amata, è chiamata a essere segno di speranza non perché ha tutte le risposte, ma perché ha imparato a prendere su di sé le grandi domande umane”.

Il vescovo Erio Castellucci ci ha ricordato che i padri Orientali parlano della Chiesa come sinfonia fatta di strumenti, note, tempi, accenti, toni diversi. Mi piace molto questa immagine di una Chiesa sinfonica. L’orchestra non è padrona della musica. Se ne fa tramite. Quel che accade quando un’orchestra suona, è un’esperienza sostanzialmente misteriosa, difficile da descrivere così è del Vangelo affidato alla Chiesa. È potenza di grazia che si diffonde per energia propria, passando per i cuori e trasformandosi in testimonianza. Il Vangelo produce i suoi effetti per attrazione e lo fa creando una forma nuova di relazione. La musica è armonia, intreccio di suoni, concerto di strumenti. Nessuno di questi perde la sua identità, il suo timbro, la sua voce. E quando l’armonia si diffonde, suscita stupore, ferma il passo, riunisce gli estranei, fa danzare i bambini, accende il sorriso, trasmette serenità, genera comunione.

Qualcosa di simile accade quando viene annunciato il Vangelo dalla Chiesa del Signore, quella Chiesa che è chiamata non a chiudersi nelle case ma a uscire nelle piazze. Essa, allora, diventa un inno alla gioia. Ci salutiamo con queste parole di Papa Leone: “Nessuno potrà impedirvi di stare vicino alla gente, di condividere la vita. Di camminare con gli ultimi, di servire i poveri. Nessuno potrà impedirci di annunciare il Vangelo ed è di questo che tutti, noi per primi, abbiamo bisogno per vivere bene ed essere felici”.

+ PIERANTONIO TREMOLADA 19 apr 2026 15:10