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Brescia
di ELISA GARATTI 25 ott 2021 08:29

Carcere: la rieducazione è una priorità

Gli anni passano, ma il sovraffollamento carcerario rimane una costante. Il dato negativo è messo ben in evidenza dalla “Relazione annuale (2020-21) sull’attività della garante dei diritti delle persone private della libertà personale”, presentata nel Consiglio Comunale bresciano di venerdì 15 ottobre. “Riguardo al Prison Density Rate (numero di detenuti per 100 posti disponibili) – si legge nella relazione –, lo sguardo internazionale non perdona: l’Italia occupa il penultimo posto, seguita dalla Turchia, con un livello di occupazione pari a 120,3 presenze ogni 100 posti disponibili”. Questo il dato nazionale, ma a Brescia? Lo abbiamo chiesto a Luisa Ravagnani, vicepresidente dell’Associazione Carcere e Territorio Onlus di Brescia e vicepresidente di Vol.Ca Brescia.

Luisa Ravagnani, qual è la situazione nelle carceri bresciane?

La situazione è di sovraffollamento, anche se meno preoccupante rispetto ad una decina di anni fa: si parla di 375 presenze a Nerio Fischione contro i 189 regolamentari e di 94 presenze, tra uomini e donne, a Verziano, contro i 71 a norma. Sono situazioni molto diverse, anche da un punto di vista strutturale: tutti sanno che, a Brescia, Nerio Fischione non avrebbe più ragione di esistere.

Avere una nuova struttura è sempre più una priorità…

Sì, ma sono convinta che la questione del rispetto dei diritti umani dei detenuti non sia all’ordine del giorno perché, se lo fosse, il problema del carcere nuovo sarebbe risolto da tempo. Non dimentichiamoci che la struttura di Nerio Fischione non è dannosa solo per i detenuti, ma lo è anche per il personale penitenziario e quello dell’area trattamentale educativa, che fatica a poter immaginare percorsi utili in spazi inadeguati. Abbiamo bisogno di un carcere nuovo e non ne abbiamo bisogno domani, ne avevamo bisogno già 10 anni fa. Non ha senso ribadire che mancano le risorse perché se la rieducazione, principio sancito dalla nostra Costituzione, fosse una priorità, il carcere nuovo diventerebbe l’inizio di una nuova visione del carcere. L’articolo 27 parla di “pene rieducative”: oggi, Nerio Fischione non è nella condizione di poterlo fare, non per il personale che ci lavora, ma strutturalmente.

La pandemia ha influenzato il sovraffollamento?

Durante la pandemia, si è registrato un importante abbassamento dei numeri. A Nerio Fischione, a maggio 2020, si è arrivati addirittura a 260 presenze. Per l’emergenza, sono state velocizzate le procedure burocratiche che, tendenzialmente, portano a valutare l’applicazione di una misura alternativa in un periodo compreso tra gli 8 mesi o un anno. Non solo: anche il blocco degli ingressi in carcere, dovuto all’indicazione nazionale di non applicare le misure cautelari se non assolutamente necessarie, ha influito sulle presenze. Comunque, oggi, siamo tornati su tempi e numeri pre-pandemia.

Come hanno reagito alla pandemia i detenuti?

La prima ondata ha comportato una chiusura totale delle sedi: i contatti con i familiari avvenivano con WhatsApp. Solo dal giugno scorso, sono stati riattivati i colloqui in presenza. Sono lentamente ripartite anche le diverse attività trattamentali, formative e ricreative, così come la presenza dei volontari. Molte sono state le difficoltà, soprattutto dal punto di vista psicologico: di colpo, è venuta a mancare la comunità, causando nei detenuti tensioni, senso dell’abbandono e maggiore pesantezza della situazione. D’altra parte, anche il personale penitenziario, che ha vissuto la pandemia in prima linea, si porta dietro la stessa stanchezza fisica e mentale.

E alla campagna vaccinale?

A Brescia, la risposta è stata positiva: a fine agosto, avevamo abbondantemente superato l’85% dei vaccinati completamente.

Come tornare, allora, alla normalità?

Un po’ alla volta si sta cercando di ricominciare. Determinante è la riattivazione del territorio. È necessario rivedere una volta per tutte la considerazione che abbiamo della pena: il carcere deve essere l’ultima soluzione, quella per gli irriducibili; per tutti gli altri, bisogna lavorare sulle misure alternative, creando maggiori opportunità all’esterno e progetti di giustizia riparativa.

È una questione di cambio culturale…

Esattamente: una rivoluzione che si fa con le generazioni. Ecco perché molto impegno viene dedicato alle scuole: il carcere non deve essere più visto come l’unico strumento di esecuzione della pena. Il lavoro va fatto sul territorio. Così com’è, oggi, il carcere non ha nessuna speranza di rieducare nessuno.

ELISA GARATTI 25 ott 2021 08:29