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Brescia
di LUCIANO ZANARDINI 11 mag 2023 11:11

Carlo, uomo di pace

Il libro di Marco Andreolli “L’ultimo Imperatore d’Occidente. Carlo d’Asburgo, il santo patrono dei perdenti” (edizioni San Paolo) è molto attuale. Racconta di una generazione, inizialmente, sedotta dalla guerra (si pensava che dovesse durare poco) e dal fragore delle armi che, alla fine del conflitto, si ritrova perduta e mutilata. Carlo d’Asburgo (1887-1922) nasce in Austria in una realtà composita come quella dell’Impero: più di cinquanta milioni di persone, un insieme di popoli, una miriade di lingue e dialetti. A 29 anni si ritrova a capo dell’Impero di Austria e Ungheria nel peggiore dei momenti possibili, perché “l’allegria contagiosa dei valzer della belle époque si è convertita nel mesto suonare a morte delle campane”.

Carlo ha visto da vicino, è entrato nelle trincee e ha compreso “l’inutile strage” per citare Benedetto XV. È il capo di Stato che più di tutti si è speso per la pace. Ha cercato i mezzi per attuarla, combattendo contro i pregiudizi. Ha cercato, invano, di far tacere le armi. Nel 1918 finisce la guerra. L’Impero di Austria e Ungheria ne esce a pezzi. Non appena scoppia la pace, pretende che si canti il Te Deum. E lo impone il 31 dicembre del 1918, affermando: “Se quest’anno è stato duro, poteva essere ben più tragico per tutti noi. Se si è disposti a prendere dalla mano di Dio ciò che è buono, bisogna anche essere disposti ad accettare con riconoscenza tutto ciò che può essere difficile e doloroso. Del resto quest’anno ha visto la tanto sospirata fine della guerra e il bene della pace vale qualsiasi sacrificio e qualsiasi rinuncia”.

Il 3 ottobre del 2004 Giovanni Paolo II lo proclama beato e in quell’occasione “Le Monde” lo definisce “il santo patrono dei perdenti”. Sì, perché agli occhi della storia il suo era stato un fallimento. Eppure la Chiesa lo addita come modello di santità. “La storia, specie all’inizio, lo ha condannato e bollato come un debole, un ingenuo sognatore perdente, mentre la Chiesa – scrive l’autore – lo indica come un amico da guardare”. La figura della moglie Zita è centrale nella sua vita. Non a caso la Chiesa fissa la memoria liturgica del Beato il 21 ottobre (la data del matrimonio che ha generato otto figli). Il giorno prima delle nozze, dice a Zita: “Ora aiutiamoci l’un l’altra ad arrivare in Paradiso”. Sul letto di morte, in esilio e in povertà nell’isola portoghese di Madeira, sintetizza così la sua esistenza: “Ora voglio dirti come la penso: io tendo sempre e unicamente a questo, a conoscere sempre e in tutte le cose, più che sia possibile, chiaramente, e seguire, la volontà di Dio, e precisamente nel modo più perfetto”. Una fede incontrata da bambino, non ostentata, ma alimentata quotidianamente con l’eucaristia.

LUCIANO ZANARDINI 11 mag 2023 11:11