Don Giuseppe Zanardini, profeta del nostro tempo
Il 19 gennaio è morto, improvvisamente, il sacerdote salesiano, bresciano, don Giuseppe Zanardini, in missione in Paraguay dal 1978. Lo ricordiamo con un breve ritratto
“Allegria”. È una delle parole che più volte ritornavano sulla bocca di don Giuseppe Zanardini, per tutti Josè, che dal 1978 era missionario in Paraguay. Non era solo un’esclamazione: era uno stile di vita contagioso. È stato il volto della tenerezza di Dio. Salesiano come il compianto fratello don Giorgio, don Giuseppe si è speso per gli ultimi tra gli ultimi, leggendo e cercando di dare una risposta ai tanti bisogni e alle nuove povertà (culturali e materiali). Ingegnere, ha iniziato a occuparsi della formazione professionale, dirigendo dal 1978 al 1984 la Scuola Tecnica Salesiana. Poi, con l’aiuto degli Amici del Paraguay e con Operazione Enrico, ha risposto alla questione abitativa sul modello marcoliniano, costituendo i villaggi nella zona di Limpio, nella periferia della capitale, coinvolgendo e responsabilizzando anche economicamente le famiglie. È stato semplicemente un profeta del nostro tempo. E come tutti i profeti è stato anche scomodo.
Ha affrontato le sfide, le ha abbracciate, le ha interpretate evangelicamente e le ha vissute come un'occasione di testimonianza.
Ha saputo parlare di Dio attraverso la sua testimonianza umile. E l’ha fatto nel nostro tempo ricco di contraddizioni e di disuguaglianze. Antropologo, ha svolto il ruolo di professore all’Università Cattolica di Asunciòn e ha diretto le riviste “Suplemento Antropologico” e “Estudios Paraguayos”. Ha editato molti libri e ha partecipato a conferenze in tutto il mondo. Ha studiato e approfondito le lingue indigene, in particolare quella ayoreo. Ad ogni latitudine c’è una ricerca di Dio, c’è un desiderio di Dio manifestato nei miti ancestrali non così lontani dalla creazione della Genesi: Dio ha parlato e parla ad ogni popolo nella cultura di appartenenza. Ha lottato per i diritti. In una nazione che fatica ad accettare la realtà multiculturale (sul territorio sono presenti 20 popolazioni indigene suddivise in 400 comunità), nonostante, dal 1992, la Costituzione riconosce l’esistenza dei popoli indigeni, definiti come gruppi di cultura precedente alla formazione e all’organizzazione dello Stato paraguayano. Come affermava, “il virus etnocentrico” colpisce una parte della società che si sente superiore, perché incapace di riconoscere le diversità culturali. Ha favorito, nel 2007, la creazione di una legge di educazione indigena, favorendo l’attivazione di 400 scuole indigene dove nei primi tre anni si impara la lingua materna per non disperdere un patrimonio importante relegato solo alla tradizione orale. E grazie al progetto “Studiare con Beppe”, in memoria dell’avvocato Amato, morto nel 2020 all’età di 52 anni, ha curato la pubblicazione del primo dizionario in quattro lingue (ayoreo, spagnolo, guaranì e portoghese). A pochi giorni dalla memoria liturgica di san Francesco di Sales, torna alquanto significativa l’espressione del Vescovo francese: “Le virtù che i giusti hanno acquisito rimangono sempre nel loro spirito. Per questo si può dire che essi muoiono nella carità”.
“Alegría”. Es una de las palabras que más veces volvía a los labios del padre Giuseppe Zanardini, conocido por todos come Josè, quien desde 1978 era misionero en Paraguay. No era solo una exclamación: era un estilo de vida contagioso. Fue el rostro de la ternura de Dios. Salesiano como su difunto hermano, el padre Giorgio, el padre Giuseppe se entregó a los últimos entre los últimos, interpretando y tratando de dar respuesta a las múltiples necesidades y a las nuevas pobrezas (culturales e intelectuales). Ingeniero de formación, comenzó a ocuparse de la formación profesional, dirigiendo desde 1978 hasta 1984 la Escuela Técnica Salesiana. Luego, con la ayuda de los "Amigos del Paraguay" y con la "Operación Enrico", dio respuesta al problema de la vivienda siguiendo el modelo marcoliniano, construyendo aldeas en la zona de Limpio, en la periferia de la capital, involucrando y responsabilizando también económicamente a las familias.
Fue, sencillamente, un profeta de nuestro tiempo. Y, como todos los profetas, fue también incómodo.
Afrontó los desafíos, los abrazó, los interpretó evangélicamente y los vivió como una oportunidad de testimonio. Supo hablar de Dios a través de su testimonio humilde. Y lo hizo en nuestro tiempo, lleno de contradicciones y desigualdades. Antropólogo, se desempeñó como profesor en la Universidad Católica de Asunción y dirigió las revistas “Suplemento Antropológico” y “Estudios Paraguayos”. Editó numerosos libros y participó en conferencias por todo el mundo. Estudió y profundizó en las lenguas indígenas, en particular la ayoreo. En cada latitud hay una búsqueda de Dios, hay un deseo de Dios manifestado en los mitos ancestrales, no tan lejanos de la creación del Génesis: Dios ha hablado y habla a cada pueblo en su propia cultura. Luchó por los derechos. En una nación que lucha por aceptar la realidad multicultural (en el territorio están presentes 20 pueblos indígenas divididos en 400 comunidades), a pesar de que, desde 1992, la Constitución reconoce la existencia de los pueblos indígenas, definidos como grupos de cultura anteriores a la formación y organización del Estado paraguayo. Como él afirmaba, el “virus etnocéntrico” afecta a una parte de la sociedad que se siente superior por ser incapaz de reconocer las diversidades culturales. Promovió, en 2007, la creación de una ley de educación indígena, impulsando la activación de 400 escuelas indígenas donde en los primeros tres años si aprende la lengua materna para no perder un patrimonio importante relegado solo a la tradición oral. Y gracias al proyecto “Estudiar con Beppe”, en memoria del abogado Amato, fallecido en 2020 a los 52 años, coordinó la publicación del primer diccionario en cuatro lenguas (ayoreo, español, guaraní y portugués). A pocos días de la memoria litúrgica de san Francisco de Sales, cobra gran significado la expresión del obispo francés: “Las virtudes que los justos han adquirido permanecen siempre en su espíritu. Por eso se puede decir que mueren en la caridad”.