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di ROSSELLA DE PERI 19 feb 2026 08:18

Consolare chi soffre

Quale obiettivo si ha (in qualità di familiare, amico, caregiver) quando si è in presenza di un malato di tumore? Spesso l’obiettivo primario sembra essere “tirarlo su di morale”. Ma cercare di “tirarlo su di morale” può voler dire negare la tristezza, che spesso lo abita legittimamente. E impedirgli così di esprimerla. Ma questo non aiuta la relazione, non aiuta lui che ha tutti i diritti di vivere quell’emozione e soprattutto di esprimerla. E se non esprime la tristezza, se non può condividerla si sente più solo, perché non capito. E si sente isolato, nel suo mondo di tristezza e di paura.

È importante essere presenti nella tristezza: è sicuramente meglio condividerla che viverla da soli. L’obiettivo non deve essere negare la tristezza, annullarla, ma aiutare il malato a conviverci. Il malato vuole esprimere le emozioni, ne ha bisogno: negarglielo, ignorandole, è pesante. E la sua vita è già pesante. Bisogna dargli la possibilità di condividerle, riconoscendole e ritenendole giuste. Perché non ci sono emozioni giuste o sbagliate: sono giuste e vere in quanto esistono. Questo è già prendersi cura di lui, è già terapia. Il nucleo centrale dev’essere la consolazione, ma non nel senso comunemente inteso (cioè di togliergli la tristezza), ma nel senso etimologico della parola, dal latino, che rimanda al termine solo e, quindi, consolare significa stare con uno che è solo. Condividere le emozioni ha il potere di consolare. In questo senso anche piangere insieme è consolare, perché la persona sola, con la sua malattia, in quel momento ha bisogno di piangere. Noi non possiamo che consolare, accettando il sentimento di impotenza.

E se riusciamo ad esprimerlo, tanto meglio, perché anche questo, come ogni condivisione, potenzia la relazione. Si vorrebbe togliere al malato la diagnosi, ma non si può: questo fa sentire impotenti. E per contrastare il senso di impotenza bisogna concentrarsi su ciò che si può fare, non su ciò che non è più possibile. Bisogna potenziare la qualità della vita del malato, valorizzando così il suo senso di identità, perché è prima di tutto Giovanni o Maria, non il malato. E Giovanni o Maria è tutto ciò che è stato prima della malattia. Bisogna contrastare ciò che la malattia vuole portarsi via: la sua identità. Anche questo è terapia, è lotta contro il tumore. La lotta, la cura contro il tumore non è solo salvare la vita, ma potenziare la qualità della vita, valorizzando tutto ciò che una persona è stata fino a prima della malattia, la sua identità.

ROSSELLA DE PERI 19 feb 2026 08:18