Cura è memoria
La memoria plasma la nostra identità. È strumento indispensabile per esercitare ogni capacità umana, in particolare quella di dedicare tempo e attenzione alla cura. La memoria conserva il ricordo di quanto si è ricevuto attraverso le cure di chi in passato ci ha accompagnato e ha agito per il nostro bene. Questo ricordo è una lente interpretativa del presente ed è alla base della capacità, oggi, di essere attenti, generosi, concreti sul piano umano e tecnico. Talvolta il presente può essere dominato anche da memorie di dolore, di atti di ingiustizia subiti, di eventi che inducono a trasferire nelle nostre relazioni le frustrazioni del passato. Attraverso un’adeguata elaborazione, però, anche l’esperienza più negativa viene sconfitta dall’amore che ciascuno di noi è in grado di elaborare. La cura si fonda sulla conoscenza delle persone che si affidano a noi; se non siamo in grado di conoscerne la storia e di porla alla base dell’intervento, l’atto di cura rischia di non esercitare la sua potenziale efficacia, come sarebbe invece possibile grazie alla nostra generosità. La cura, senza entrare nella storia dell’altro, rischia di essere atto che fallisce; senza conoscere la sua capacità di ricordare i fatti, e l’interpretazione che il singolo ne dà, è impossibile attuare gesti utili. In particolare, nelle cure rivolte alle persone anziane, il rispetto della memoria è alla base di qualsiasi atto di vicinanza. Il vecchio è un contenitore enorme di memorie, purché vengano analizzate con pazienza e rispetto; per attuare un rapporto nulla deve essere trascurato da parte di chi cura al fine di costruire un percorso di serenità, sia nella prospettiva clinica sia in quella dell’accompagnamento attraverso la complessità delle dinamiche della vita.
La memoria è la vita; senza averne una chiara consapevolezza, si rinuncia a rispettare la dignità della persona; l’anziano, se intuisce la superficialità dell’interlocutore, ne soffre profondamente sia a livello conscio che inconscio. Anche quando l’altra persona avesse apparentemente perso la memoria, come nel caso delle demenze, è doveroso ricostruire gli eventi passati, perché alcune situazioni riaffiorano in circostanze inattese. La demenza non cancella la vita; per curare in modo adeguato e rispettoso è necessario scavare nel passato, per identificare possibili tracce che si riproducono nel presente, perché non si cancellano. La memoria fonda la vita di ciascuno; è la caratteristica di ogni persona e base della sua vitalità.
Senza riferirsi agli atti di cura esercitati, profondamente inseriti nella memoria di ciascuno, è difficile riproporsi come attori di cura. Conserviamo memoria di chi si è affidato alle nostre cure, ciò permette la maturazione delle nostre capacità, sia quando hanno portato a un pieno successo sia quando, invece, la cura non ha prodotto i risultati attesi e desiderati, cioè il benessere dell’altro. La memoria personale costruisce assieme a quella di tanti altri la memoria viva di una collettività. Se vuole essere realmente curante nei riguardi delle mille diverse identità che la costituiscono, la comunità deve comprendere l’insieme delle speranze e dei dolori di tutti i suoi componenti. È la base necessaria per poterne identificare lo spirito e per agire senza rotture, ma nel rispetto delle crisi e dei successi, sia individuali che collettivi. Una comunità senza memoria non è comunità, ma solo un’aggregazione di individui, incapaci di reciproca cura. Quella dove mai vorremmo vivere.
(Foto Siciliani - Gennari/SIR)