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Brescia
di MARCO TRABUCCHI 04 giu 2026 08:15

Cura e mitezza

Per curare è necessario essere dotati di caratteristiche personali che divengono condizioni indispensabili perché la cura possa avere successo. Il medico è responsabile di atti di cura in ambito clinico che si possono realizzare in vari modi. Tutti hanno bisogno di ricevere una prescrizione (un farmaco, un atto chirurgico o un’indicazione sullo stile di vita); ma questa è possibile solo dopo una rilevazione mite del bisogno di salute. Come si esprime la mitezza in queste circostanze? Andando alla ricerca con lievità dei luoghi del dolore e della fatica di vivere, senza ritenere di averli già identificati prima ancora di guardare e di ascoltare la persona interessata. Il medico mite ascolta e parla poco; guarda e osserva con attenzione, ma non si atteggia come chi ha già compreso tutto; il medico mite non si ribella a parole che cercano di imporsi, ma ascolta con pazienza (la pazienza è sorella gemella della mitezza) e poi presenta con un sorriso le proprie indicazioni per il futuro. Il medico mite non rimprovera il paziente che si rifiuta di mettere in atto quanto indicato, perché la mitezza permette di capire l’orgoglio che talvolta impedisce di apprezzare e accettare i consigli. Con pazienza sarà possibile far accettare quello che è necessario, senza però atteggiarsi a chi ha vinto il “duello”. Il rapporto in ambito clinico è mite, anche perché chi cura sa che non sempre sarà possibile raggiungere i risultati attesi. La mitezza permette di chiedere scusa, senza che ciò appaia come una smentita rispetto alle precedenti indicazioni, se queste sono state caratterizzate da prudenza, modestia e gentilezza. E senza l’atteggiamento rigido di chi si ritiene sempre nel giusto. La mitezza permette anche di ammettere un errore, vissuto come una normale avventura condivisa tra chi dona e chi riceve una cura. La mitezza si esprime anche negli atti fisici, perché impone un contatto leggero, tenero come una carezza, anche quando la cura impone atti che possono suscitare dolore. La mitezza in medicina non è solo quella del medico, ma anche dell’infermiere, dell’operatore socio-sanitario, degli altri operatori del mondo della sanità e dell’assistenza. È conseguenza positiva di una serena cultura della cura, che non ha bisogno di imporsi, perché fondata sull’esperienza, lo studio, l’elaborazione condivisa. Vi sono alcuni luoghi di cura dove la mitezza è più difficile da praticare, quelli dove i ritmi di lavoro provocano stress, mancanza di tempo per le relazioni: in queste circostanze ogni indicazione rischia di assumere l’aspetto di un ordine. Penso agli ospedali, alle Rsa dove il personale è chiamato a servizi pesanti e turni molto faticosi. Ma penso anche a chi, nella casa, dona tempo e impegno senza limiti ad un proprio caro ammalato. Chi riesce a conservare la mitezza degli atti è davvero un santo! Penso anche ai luoghi dove la mitezza verso ammalati e colleghi rischia di essere interpretata come segno di debolezza, invece che espressione della forza di chi non ha bisogno di dimostrarla. Eppure la mitezza, dopo qualche difficoltà e incomprensione, può divenire lo stile di una comunità di lavoro. La cura mite deve essere la caratteristica di momenti diversi di attenzione per l’altro nella società contemporanea: nella famiglia, nella scuola e nel lavoro. La mitezza offre sempre un supporto all’altro in difficoltà. Ciò permette alla vita di ciascuno di diventare un “luogo dove la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile”. Queste parole di apertura della “Magnifica Humanitas” sono l’indicazione concreta di obiettivi da raggiungere nelle nostre comunità, nella tranquillità di una missione da compiere con mitezza. Chi volesse oggi chiedere all’intelligenza artificiale indicazioni su come vivere con mitezza un rapporto di cura riceverebbe risposte impeccabili sul piano operativo, ma prive di indicazioni su come un corpo vivente può esprimere mitezza nel momento in cui compie atti di cura. Il futuro in questo campo sarà dominato dall’alternativa tra esercitare la mitezza o il condannare il mondo alla tristezza di relazioni inadeguate, che non permettono di garantire giustizia e benessere. Cosa resta infatti dell’esperienza umana quando la presenza del corpo viene progressivamente marginalizzata? Come è possibile che le relazioni miti tra le persone vengano sostituite da simulazioni algoritmiche? Sarà realistico nella logica delle azioni governate dall’intelligenza artificiale pensare alla mitezza come caratteristica delle relazioni di cura, quando tutto sarà giudicato utilizzando come modello l’efficienza tecnologica? Il principale impegno che oggi dobbiamo onorare è far convivere le enormi potenzialità della tecnologia con la centralità del nostro corpo, in grado di essere fonte di cura mite.

MARCO TRABUCCHI 04 giu 2026 08:15