Dimenticare la storia
Normalmente non scrivo, se non di tematiche di cui conosco i contorni, ma mi pare doveroso, per quanto possa valere la mia parola, contribuire a stigmatizzare il clima di violenza crescente che si evince dai fatti e dai linguaggi che pervadono la nostra quotidianità. Ciò vale dalla scala mondiale, soprattutto dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina. Un evento che ha riportato non la guerra nel mondo (non è mai cessata), ma l’accettazione della guerra come risoluzione dei conflitti internazionali, anche nel cuore dell’Europa. Tuttavia la violenza e l’attacco alla dignità della vita umana albergano sempre di più anche nel linguaggio politico, nelle nuove emergenti idee di inseverimento della repressione del crimine, nella intolleranza verso il dissenso e nel dissenso che si esprime violentemente. Dopo i drammatici fatti di Genova di venticinque anni fa, vi era l’impressione che non si potessero ripetere episodi di una tale portata e intensità.
Uno stigma che pareva esorcizzare quegli eventi e riportarci ad un modo più tipicamente italico di risolvere i conflitti. La storia però non smette mai di stupirci: non è mai maestra di vita, anzi ripropone sempre problemi e soluzioni simili, tentazioni apparentemente sopite, spinte estremiste, desiderio di affermazione di una gerarchia di importanza delle persone. Emblematica la reprimenda di papa Leone alle parole del vice presidente statunitense che aveva tentato una gerarchia di valore nella categoria del prossimo, pretendendo di ritrovarla nel Vangelo. Eppure ciò che qualcuno esprime a parole, assumendosi una responsabilità enorme quando ricopre un ruolo pubblico, molti lo pensano, ma ne tacciono, fino a quando si sentono legittimati, prima a mettere un “like”, poi a esprimersi a loro volta, magari aggiungendo un po’ di colore. Non dimentichiamo mai la lezione della storia. Basta leggere alcune biografie dei carnefici di tutte le risme: persone frustrate, personalmente ferite, che non avrebbero però nuociuto su vasta scala se un potere dominante non li avesse sdoganati, non avesse legittimato il loro agire con violenza.
Se accetteremo il parlare e l’agire violento, “sveglieremo” il mostro che in misura piccola o grande si nasconde nel cuore di ognuno. Dominare il mostro che fa parte di noi, come insegna la nostra cultura; redimerlo come insegna la religione cristiana, basata sul perdono, oltre che sul rifiuto della violenza e la sacralità della vita umana è dovere di tutti e tutte. Conoscere il proprio limite e non travalicarlo fa parte pure della salute mentale. Delirare significa letteralmente “superare il limite”, e giustamente è considerato una malattia, non un pregio!
(Foto Wikipedia)