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di LIVIA CADEI 23 set 2026 16:43

Vittima e al tempo stesso carnefice

Un ragazzino di 13 anni indossa un casco con videocamera, si procura due coltelli, annuncia ai compagni su TikTok cosa sta per fare e, in classe, accoltella la sua insegnante mentre prova a trasmetterlo in diretta su Telegram. Un compagno lo ferma. La docente, ferita, dichiara di averlo perdonato. Sono i fatti di Centocelle, a Roma: fatti da guardare con qualche categoria pedagogica, non con il solo sgomento della cronaca. Ogni nuovo caso rischia di essere letto come conferma di uno schema già scritto: il ragazzo difficile, il quartiere periferico, la famiglia assente...

Ma già i protagonisti di questa vicenda contraddicono i modelli interpretativi stereotipati a cui siamo abituati. C’è una spiegazione che si sta imponendo, ed è comprensibile: un ragazzino “plagiato” dai social, “vittima” e insieme “carnefice” di una tecnologia fuori controllo. Ciò che allarma, certo, è la violenza, purtroppo non nuova nella storia della scuola, ma pure la sua messa in scena: un gesto pianificato, annunciato, filmato, pensato per essere visto. È il segno di una generazione che ha imparato a misurare la propria esistenza specchiandosi nello sguardo altrui. Questa lettura contiene una parte di verità: il gesto è un reato, i social possono aver avuto un ruolo; ma da sola l’interpretazione non basta a comprendere il fenomeno, né ad avvicinarci ad esso. Con una scorciatoia, in primo piano si individua un colpevole “esterno” (i social, la tecnologia, internet…), mentre sullo sfondo resta la responsabilità collettiva e diffusa.

Si tratta di un’operazione che rassicura, risparmiandoci dalla fatica di interrogarci sulle dinamiche più profonde, vissute ogni giorno in una famiglia, in una classe, in una scuola, nella società. Intravediamo, infatti, che qui non si tratta soltanto di un adolescente fragile, né di un algoritmo impazzito, ma di un sistema di adulti (famiglie, scuola, istituzioni e piattaforme digitali) che troppo spesso ha lasciato soli i ragazzi proprio quando la crescita chiede accompagnamento, ascolto e limiti chiari. Un ragazzo di tredici anni non costruisce da solo l’idea che la vendetta contro un voto negativo si possa esibire come spettacolo: quella grammatica si impara altrove, in ambienti digitali senza mediazione adulta, in famiglie e comunità educanti spesso distanti, sopraffatte, silenziose. Tuttavia, questa fragilità diffusa non autorizza altre vie di fuga e vanno evitate due tentazioni ugualmente pericolose: la prima è la deriva securitaria (metal detector, telecamere, …); la seconda è la generalizzazione, che descrive un’intera generazione come violenta. I tredicenni di oggi non sono peggiori di ieri; vivono, però, dentro ecosistemi digitali costruiti da adulti, che amplificano rabbia e bisogno di riconoscimento senza offrire strumenti per elaborarli. Che il ragazzo non sia penalmente imputabile non significa che la vicenda resti senza risposta educativa: servono percorsi di accompagnamento e riparazione, con la famiglia e la comunità scolastica. Neppure dobbiamo attendere una “soluzione” che giuga da un’entità “superiore” (il Ministero, “la Scuola”…); piuttosto occorre richiamare che la responsabilità è orizzontale, non verticale. Per chi vive in quella comunità scolastica, insegnanti, dirigente, studenti, personale Ata, il messaggio è chiaro: il fatto va discusso nella scuola in cui è accaduto, con tavoli di confronto, momenti di dialogo e occasioni strutturate in cui la comunità scolastica elabori insieme l’accaduto e ne tragga decisioni concrete.

Alla società civile spetta un compito diverso, ma altrettanto concreto: non limitarsi a sperare, ma pretendere che l’istituzione coinvolta apra davvero quegli spazi di dibattito e riflessione. In quella scuola, oggi, ognuno è chiamato a fare la propria parte con precisione: i docenti a interrogarsi su come ricostruire la fiducia in classe; il dirigente su quali strumenti dare al corpo docente; i compagni di classe, che hanno già dimostrato con il loro gesto una maturità che agli adulti spetta accompagnare, a essere sostenuti e non lasciati soli; le due famiglie coinvolte ad avere spazi propri di ascolto. Il compagno che ferma l’aggressore e l’insegnante che sceglie il perdono sono anch’essi protagonisti di questa vicenda, e anch’essi contraddicono gli schemi che ci aspetteremmo: non l’indifferenza del gruppo, non la richiesta di vendetta, ma il coraggio di intervenire e la scelta di perdonare. Ci indicano una strada: quella di una comunità che, ferita, non rinuncia al legame educativo.

E riguarda ciascuno di noi, genitori, insegnanti, dirigenti, giornalisti, cittadini. Non ridurre questa vicenda all’ennesimo caso di un ragazzo sviato dai social, ma chiedersi che cosa quella spiegazione lascia fuori: quali spazi di ascolto sono mancati, quali responsabilità sono necessarie e quali processi vadano avviati e, soprattutto, sostenuti nel tempo, perché non si esauriscano nella cronaca di questi giorni.

(Foto ANSA/SIR)

LIVIA CADEI 23 set 2026 16:43