Per educare alla pace si inizia dalle città
John Kennedy sosteneva che la pace fosse un processo, cioè una strada da percorre con metodo. Insomma, per fare la pace serve pazienza, prudenza, fortezza e rispetto verso ogni persona. Altrimenti saranno la guerra e la violenza a spadroneggiare, a prendersi la scena e la vita delle persone. La sola tragica invasione in Ucraina ha già prodotto tra i 150 e i 200mila caduti; nella regione di Gaza si sta arrivando alle 50mila vittime, così come nelle efferate guerre civili nel Myanmar e in Sudan; qualche migliaio nella sciagurata impresa in Iran. Ma non finisce qui: secondo l’Institute for Economics and Peace, i conflitti armati sono oltre 60 in 35 Paesi. Migliaia e migliaia di vittime civili e militari. Questi dati sono tra i più tragici esiti di un ciclo politico internazionale che ha transitato dall’epoca dei diritti all’epoca della forza: dalla forza del diritto al diritto della forza. Di fronte alla risoluzione delle controversie internazionali, alcuni “imperi contemporanei” preferiscono l’uso della forza all’uso del diritto. È un passaggio gravido di conseguenze, non solo per l’atroce ragioneria delle vittime: soprattutto perchè l’indebolimento del diritto e delle istituzioni internazionali che presidiano i processi di pacificazione promette altra morte, altra sofferenza. Sono davvero lontanissimi i tempi in cui i nostri politici parlavano di nuove frontiere, di distensione e di disarmo e i nostri Papi scrivevano di pace in terra e di progresso dei popoli: ognuna di queste parole, pare oggi ricoprirsi di sangue. Innocente. E allora, a che serve fare un festival della pace sapendo cosa accade nel mondo? Sembra paradossale se non offensivo: cosa ci sarebbe da festeggiare? Il punto è che, a fronte di una pesante cultura della morte, non pare affatto inutile recuperare una sana cultura della vita e della pace. Ecco a cosa può servire un festival, una rassegna di eventi, una fila di iniziative: serve a riflettere sul male assoluto che producono gli scontri armati e sul bene che, invece, nasce dall’opera del dialogo, della fraternità, del confronto, dell’equilibrio e della diplomazia. Sì, esiste anche una cultura politica della pace: sta nel saper leggere i conflitti cogliendo lo spiraglio
della mediazione, del patto o della composizione degli interessi; nel nutrire emozioni e sentimenti positivi; nell’usare le parole giuste per non alimentare l’escalation della violenza reciproca, della rabbia e del risentimento, della vendetta. Facciamo sommessamente notare che Trump aveva previsto lo streaming televisivo per la fucilazione del condannato Hasan. Il festival cerca, invece, di dare spazio a una cultura esattamente contraria. Educare alla pace è un’opera complessa, che richiede il contributo di più fattori. Non a caso, esistono facoltà universitarie di scienze della pace. A fronte di una certa cultura che produce aggressività, prepotenza e immediatezza, serve rispondere in modo adeguato e competente. La famiglia, la scuola, le comunità, le associazioni, le imprese e i partiti hanno tutti un ruolo: ognuno per il proprio ambito. Ma lo hanno anche le istituzioni locali, i Comuni e le Province: promuovendo la democrazia formale e sostanziale, includendo le differenze senza omologarle, dando rilievo alla cultura, promuovendo una pedagogia civile che riscopra il valore della memoria storica e di un futuro possibile e sostenibile, la ricerca della verità e del bene comune attraverso il dialogo. La pace inizia anche così: anche dalle città.