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di GABRIELE BAZZOLI 12 feb 00:00

In che tempi viviamo

Il disagio, accompagnato dalla mitizzazione dei bei tempi andati, ci accompagna oggi negli oratori

Mala tempora currunt e peggiori ci aspettano suggeriva Cicerone, in uno dei suoi frequenti moti di ottimismo, oltre 2000 anni fa. Ma molti uomini – per nulla sciocchi – dopo di lui, hanno continuato a guardare il proprio tempo con il distacco, la malinconia e la rabbia di chi ha vissuto giorni migliori, tanto che, volessimo raccoglierne i pensieri, non basterebbero le pagine del nostro settimanale diocesano. Mi accontento di tornare a 100 ani fa, quando anche Peguy, scrittore e uomo tutt’altro che rassegnato, scriveva: “Noi abbiamo toccato la vecchia Francia, abbiamo conosciuto un popolo, siamo stati del popolo quando ce n’era uno. E niente faceva prevedere che dovesse finire. Dieci anni dopo non c’era più niente”.

Il disagio, accompagnato dalla mitizzazione dei bei tempi andati, ci accompagna anche oggi. Lo respiro girando negli oratori della nostra diocesi per raccontare, nella settimana educativa, il testo “Dal Cortile”: quando ascolto dagli adulti l’oratorio che vorrebbero, inevitabilmente, mi raccontano quello che hanno vissuto. Lo vedo leggendo volantini (anche nelle nostre parrocchie) nei quali con facilità si cede ad una descrizione di una realtà dai toni truculenti, sotto attacco, dentro uno stato terribile, che propone subdolamente iniziative di colonizzazione culturale. Lo noto sentendo la frequenza dell’ormai, della parola che segna la sconfitta in partenza di ogni sguardo spirituale ed educativo, nei nostri discorsi. Se i vaticini di chi immagina l’oggi come un deterioramento del passato fossero veri e vivessimo in questa catena di anni sempre peggiori dai loro precedenti, il nostro Paese e il nostro mondo assomiglierebbero ad una terra desolata, uscita da uno di quei film di fantascienza che incominciano subito dopo un’esplosione nucleare. Ovviamente, lo dico senza alcun dubbio, il 2015 non è per nulla peggio degli anni che lo hanno preceduto. Ma il punto non è questo.

Come ci ricordava, negli stessi anni di Peguy, il buon Chesterton, e mi scuso per la terza citazione in poche righe: “La questione non è di sapere se il mondo è troppo triste per essere amato o troppo lieto per non essere; la questione è che quando si ama una cosa, la sua letizia è una ragione per amarla e la sua tristezza una ragione per amarla di più”.
La questione è che questo è il nostro tempo, un tempo buono, buonissimo, se lo guardiamo da cristiani, un tempo da amare: non per esaltarlo, ma per viverlo, incidendo nella realtà con quel sereno entusiasmo che può renderlo più umano.
GABRIELE BAZZOLI 12 feb 00:00