Tra guerre e tregue olimpiche
C’è un paradosso che attraversa lo sport contemporaneo e che oggi emerge con particolare forza: mentre le Olimpiadi nascono come spazio di gioco sportivo, di tregua, di sospensione dei conflitti e di riconciliazione tra i popoli, diventano sempre più un campo di battaglia simbolico, politico ed economico. Le “guerre olimpiche” non si combattono più con le armi, ma con i messaggi, le esclusioni, le strumentalizzazioni e le narrazioni giornalistiche di parte.
Eppure c’è ancora spazio per riflettere e sperare. Lo ha ricordato con forza papa Leone nel discorso pronunciato domenica scorsa: “Queste grandi manifestazioni sportive costituiscono un forte messaggio di fratellanza e ravvivano la speranza in un mondo in pace. È questo il senso della tregua olimpica, antichissima usanza che accompagna lo svolgimento dei Giochi. Nell’antichità, va detto, la tregua olimpica non era una scelta politica, ma la conseguenza del fatto che il gruppo degli atleti era formato dai guerrieri che si allenavano, giocando, in tempo di pace. Se inviati in guerra non potevano certamente gareggiare e confrontarsi con altri popoli. Durante i giochi di Olimpia dunque le guerre cessavano, i viaggi erano garantiti, i nemici potevano incontrarsi senza timore. Era una scelta culturale precisa: affermare che esiste qualcosa di più alto del conflitto”. Anche nel pensiero di Leone la tregua olimpica non è semplicemente la sospensione reale dell’ostilità, ma un gesto che riconosce nell’altro un uomo prima che un avversario.
Purtroppo, nonostante i sani principi dello sport, dobbiamo constatare che la cultura dello sport viene progressivamente alterata. Ciascuno, secondo i propri interessi e obiettivi, tende a falsarla: la politica, l’economia e la comunicazione occupano spazi che dovrebbero appartenere agli atleti. La recente staffetta della fiamma olimpica in Italia lo ha mostrato chiaramente. La sacra fiamma, simbolo universale di sacrificio e pace che ha attraversato anche il nostro territorio bresciano, ha dato visibilità non soltanto agli sportivi di oggi e di ieri, ma si è trasformata in un passerella mediatica con personalità pubbliche, economiche e amministrative. Nelle segrete stanze dei bottoni, molti hanno gridato allo scandalo per aver omesso d’invitare i veri campioni sportivi.
Ma c’è anche quache gesto che dà speranza. A Milano, città da cui prende il via l’Olimpiade invernale, il rapporto tra sport e mondo ha trovato casa all’interno della Basilica di San Babila, voluta dall’arcivescovo Delpini, per promuovere una “chiesa degli sportivi”. All’interno di essa è stata collocata la “croce olimpica” che, dal 2012, in occasione dei giochi di Londra, accompagna gli eventi sportivi internazionali. Si terranno celebrazioni e preghiere per i vinti e per i vincitori. È certamente un gesto profetico che cerca di far comprendere allo sport il valore spirituale, ponendosi in contrasto con un contesto che valorizza per lo più il successo e la logica dell’immagine.
Sul piano internazionale, il quadro è ancora più drammatico. La guerra tra Russia e Ucraina ha ignorato ogni richiamo alla tregua olimpica. Nessuna sospensione delle ostilità, nessun segnale condiviso. Al massimo, una tregua trumpiana dettata dal clima invernale più che da una scelta umana. Eppure lo sport olimpico parte dal principio che l’uomo va messo al centro della cultura e del vivere sociale. È questa mancanza di umanità che preoccupa. All’uomo d’oggi, stritolato da tecnologia e virtualità, resta sempre meno spazio per valorizzare l’impegno, le emozioni, le passioni… è una guerra per restare uomini. Le Olimpiadi odierne rischiano di diventare lo specchio delle nostre contraddizioni: ricordiamo la tregua, ma accettiamo il conflitto; esaltiamo lo sport, ma lo viviamo come strumento. Forse il vero nodo non è guardare da spettatori l’evento olimpico, ma restituire un’anima all’ideale olimpico. Purtroppo, la tregua è restata solo una parola pronunciata nei discorsi ufficiali.