La parola che cura
La parola è strumento privilegiato di cura, anche se talvolta può uccidere. In questa dialettica si colloca l’impegno di ciascuno perché prevalga la parola che cura, nonostante incertezze, crisi, fallimenti e frustrazioni. La parola cura: potrebbe sembrare un’affermazione banale, ma nella nostra vita abbiamo apprezzato in particolari momenti la sua capacità lenitiva. Talvolta abbiamo vissuto la frustrazione dell’inadeguatezza; molte altre, al contrario, ci siamo accorti del bene che da essa può originare. Epitteto diceva: “Ci sarà pure una ragione se gli dei ci hanno dato una sola bocca e due orecchie”. Ha voluto esprimere quanto bene può essere fatto da una persona attraverso la parola, indirizzata a chi è aperto a riceverla e a trarne vantaggio, in modo addirittura amplificato (le due orecchie). Qualsiasi sia il nostro ruolo sociale talvolta abbiamo verificato quanto le nostre parole hanno portato serenità nell’altro. Partendo da queste occasioni positive, abbiamo cercato di moltiplicare lo stesso atteggiamento negli incontri con persone che attendevano da noi parole capaci di lenire il loro dolore, di attenuare la sofferenza, di rompere la solitudine. Non sempre è stato facile, perché le parole di cura devono riflettere un cuore generoso, talvolta anch’esso dolente, ma che mai vuole rinunciare. Come ho scritto in un altro articolo di questa serie su “La cura”, talvolta la parola e la vicinanza vengono rifiutate: il dolore è troppo grande per ascoltare e trarne beneficio.
Allora la parola può entrare in crisi e chi la pronuncia vive un fallimento. Tuttavia non si deve mai arrivare all’abbandono: la parola che cura si stanca, si può deprimere, ma non rinuncia mai. La cura utilizza linguaggi particolari quando compaiono gravi problemi di salute. La diagnosi e la sua comunicazione richiedono sensibilità, perché si fondano su due relazioni diseguali: quella di chi possiede la scienza, e ha la capacità di leggerla concretamente in chi soffre, e quella di chi ha paura, e nel momento dell’attesa, con timore e tremore, non è in grado di altri pensieri. La parola, in queste circostanze, può rappresentare il punto di inizio di un accompagnamento accolto e vissuto o, al contrario, suscitare angosce, incertezze e solitudini. Qualcuno propone parole particolarmente “buone” per comunicare in ambito clinico, ad esempio una diagnosi di cancro. In questi anni, da più parti, sono stati proposti modelli di comportamento per trasmettere notizie che aprono la strada al dolore e alla fatica di vivere. Questi suggerimenti valgono in particolare per i medici, anche se la gran parte dei colleghi che conosco non ha certo bisogno di linee guida per comunicare una diagnosi in modo partecipe, attento, carico anche di tenerezza, quando intuisce che il paziente ne ha bisogno.
La tenerezza non si esprime attraverso linguaggi dolciastri, ma è la garanzia che la sofferenza è percepita nella sua pesantezza, anche attraverso strumenti tecnici e la comprensione del cuore. A questo proposito, l’introduzione dell’intelligenza artificiale faciliterà la diagnosi sul piano tecnico, ma nonpotrà comprendere il dolore del cuore. Nessuna incertezza potrà guidare questa scelta; la nostra parola lenisce, quella dell’intelligenza artificiale è in grado di comunicare, ma non è in grado di lenire. Qualcuno ha affermato che “le parole sono pietre e spesso i medici le lanciano come piume”. Le parole non devono mai essere pietre, in nessun momento della relazione, in qualsiasi circostanza; non sono nemmeno piume, perché quando sono cariche di speranza hanno un peso pieno di luce. E per essere portatrici di un messaggio che lega, che collega chi parla e chi ascolta, devono essere comprensibili, mai gergali, adatte alla specifica condizione del sofferente. Non possono essere affermazioni che sembrano prese da un libro e comunicate senza adattamenti, senza un linguaggio che può essere capito. Per ogni situazione la parola che cura si adatta e si piega: la sua nobiltà dipende dalla sua modestia, dal desiderio di essere piccola, mai invadente, ma profonda. Le parole della cura, infine, si esprimono con linguaggi di pace; non sono mai espressioni belliche, perché la guerra contro il “nemico malattia” non produce fiducia né serenità. Peraltro, aggrava la fatica di vivere perché richiama le grandi sofferenze dell’umanità.
(Foto Siciliani-Gennari/SIR)