La sarta cinese
Elisa ha saputo che in un quartiere, che non gode di ottima fama, c’è una sarta cinese, brava ed economica. Elisa si reca da lei per sperimentarla. Il lavoro che le sottopone è di poco conto, così da non rischiare grossi guai. La sarta le dice che se vuole fermarsi può fare subito il lavoro. Elisa non è abituata a questa solerzia ed accetta di buon grado. Mentre lavora, Elisa le chiede il costo e lei le risponde: “ Poco, poco”. Elisa pensa: “Poco, poco?! Non vuol dire niente! Speriamo non mi spari una grossa cifra!”. Alla fine del lavoro, Elisa le richiede: “Quanto le devo?”. E la sarta: “Niente, lavoro piccolo”. Elisa, strabiliata, glielo richiede e lei, che parla molto male l’italiano, risponde: “Niente, io aiuto”. Elisa ringrazia profusamente e si allontana conservando l’incredulità e la meraviglia per quel gesto gratuito da parte di una sconosciuta. Questo episodio la fa riflettere molto nei giorni a seguire. È come se avesse scoperto un legame umano, una solidarietà che sembra non esistere nei rapporti commerciali e nei rapporti in generale. È come sentire di far parte della grande famiglia umana, un attacco, insomma, all’individualismo diffuso, al male imponente delle omissioni: ciò che si potrebbe fare verso gli altri, ma non si fa. È un male indiretto, ma comunque un male perché si priva un altro di bene. Quella sarta ha fatto sorridere Elisa, le ha fatto sorridere il cuore, le ha trasformato la giornata, le ha fatto tanto bene. Qualche giorno dopo, Elisa si trova a passare a piedi in una strada in cui una giovane neo-patentata si sta infilando in un parcheggio difficile. E potrebbe passare oltre, ha tutt’altro in testa, ma decide di fermarsi e di dare indicazioni a quella ragazza rispetto alle manovre e alle distanze. La ragazza, abbassa il finestrino e con un sorriso riconoscente, come di chi abbia scampato un’enorme difficoltà, le risponde: “Shukran!”. Elisa riprende il cammino con la stessa gioia nel cuore che aveva provato uscendo dalla sartoria. Pensa che fare il bene fa bene. Psicologicamente fare un atto altruistico fa bene. Ne sanno qualcosa i tanti volontari, nei più svariati settori. Fare il bene fa sentire valorizzati, riconosciuti, stimati e fa percepire un senso di appartenenza alla comunità umana. E per questo riscontro la percezione della fatica fisica e psicologica diminuisce. Bisogna, però, fare lo sforzo di non passare oltre, di fare proprie le necessità di altri, di contrastare l’individualismo che, poco o tanto, fa parte di noi. Non occorre essere eroi. Elisa non è stata un’eroina, ma ha pensato: “ Io aiuto”, come il suo modello, la sarta cinese, seminatrice inconsapevole di atti di solidarietà.