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di GABRIELE BAZZOLI 13 feb 09:57

Le nostre maschere

Si avvicina il Carnevale, festa amata negli oratori, occasione di scherzi e mascheramenti

Si avvicina il Carnevale, festa amata negli oratori, occasione di scherzi e mascheramenti, segno non troppo consapevole dell’imminente inizio della quaresima (il nome risalirebbe a “carne – levare”, togliere la carne, tipico dell’astinenza quaresimale).

E nell’approssimarsi della festa vorrei provare a osservare alcune dinamiche, tipiche di questa tradizione, che possiamo provare a valorizzare nella consapevolezza che – nel territorio bresciano – queste giornate hanno assunto nel tempo aspetti molto diversi. In primo luogo, come ogni festa, il Carnevale può diventare l’occasione per preparare e organizzare qualcosa insieme. Teorizzare l’esistenza dell’essere comunità è piuttosto facile, molto meno è tentare di esserlo: il modo più immediato è per provarci è fare con uno scopo, soprattutto per il bene dei più piccoli.

Quanto è diverso il Carnevale organizzato, con una piccola sfilata, con qualche maschera di gruppo, con un bel gruppo di volontari che prepara le frittelle, dall’esibizione dei 14 spiderman con il costumino uguale acquistato al supermercato, che girano buttando coriandoli per strada! Carnevale poi è una sfida, non banale, di buona educazione con i ragazzi delle medie: spray, fialette, uova, costumi da cattivissimi. A volte l’unica soluzione sembra chiudere l’oratorio. Eppure, anche se la difficoltà esiste, il Carnevale è sempre una spia e non il problema. Un oratorio non vissuto, poco presidiato, in cui gli adulti faticano ad assumersi minime responsabilità educative nel senso della custodia degli ambienti e della tutela dei piccoli sarà facilmente un oratorio nel quale il Carnevale diventa “ingestibile”, un oratorio nel quale si organizza qualcosa, gli spazi sono accoglienti e puliti, gli adulti presenti sarà un luogo ben diverso. Infine Carnevale è la festa della maschera, dell’interpretare qualcun’altro, dello scegliere (da soli o insieme ad altri) chi essere almeno per un giorno.

Dalla parola greca maschera “pró-sôpon” deriva la parola “persona” cioè l’essere proprio “io” di fronte all’altro. Non sarebbe banale riprendere in una logica educativa, soprattutto con i ragazzi e con gli adolescenti, il senso della scelta di una maschera piuttosto che un’altra. Perché il giorno dopo Carnevale, il costume di Carnevale viene riposto in un angolo, ma non è detto che, uscendo di casa, non stiamo indossando un’altra maschera più sottile e pericolosa.

GABRIELE BAZZOLI 13 feb 09:57