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di LUCIANO ZANARDINI 12 feb 00:00

Le omelie rivalutate

Molte volte abbiamo la tendenza a giudicare il contenuto sulla base di “quello che volevamo sentirci dire”

Le omelie non si improvvisano. Non è una grande scoperta, ma sarà capitato anche a voi di assistere a un’omelia nella quale il sacerdote incaricato non riesce a seguire un filo conduttore e salta da un argomento all’altro. Per carità, non tutti i “discorsi” risultano efficaci e, soprattutto, molte volte abbiamo la tendenza a giudicare il contenuto sulla base di “quello che volevamo sentirci dire”. “Spesso, per numerosi fedeli, è proprio – come ha spiegato il card. Robert Sarah – il momento dell’omelia, sentita come bella o brutta, interessante oppure noiosa, a decidere la bontà o meno dell’intera celebrazione”. La frase “non vado a Messa perché mi annoia” trova una sua spiegazione in questo atteggiamento. Un principio di verità c’è se accantoniamo, anche solo per un momento, il discorso della vita di fede che va allenata con pazienza.

Al centro di una buona omelia resta il Vangelo che va coniugato con la vita quotidiana, quella stessa quotidianità che a volte ci sembra così pesante e così difficile da gestire. Chi va a Messa deve uscire rinfrancato dal dono dell’eucaristia e dal fatto di aver ascoltato una parola che gli dà speranza, che lo aiuta a leggere la sua vita in famiglia, al lavoro e nel tempo libero. E nella storia della Chiesa abbiamo una quantità industriale di riferimenti, di esempi, di testimonianze e di vite straordinarie nella loro ordinarietà. A volte i sacerdoti cercano citazioni impossibili, quando rispolverare l’elenco dei Santi potrebbe bastare.

Lo stesso Papa Francesco ha sottolineato la necessità di porre mano alla comunicazione del celebrante, perché "molti sono i reclami in relazione a questo importante ministero e non possiamo chiudere le orecchie". Il celebrante deve sempre, inoltre, ricordarsi che può avere di fronte fedeli diversi tra loro: deve, infatti, riuscire a scaldare il cuore dei “vicini”, quelli che frequentano con una certa assiduità, e dei “lontani”. In alcune Messe, si pensi ai funerali e ai matrimoni, sono presenti molte persone non praticanti e l'omelia diventa una grande occasione per incontrare la comunità allargata.

Nell’Evangelii Gaudium si dice, però, esplicitamente (al numero 138) che “L'omelia non è uno spettacolo di intrattenimento”. Ma quante volte vi è successo di assistere a un’omelia dove il celebrante si “traveste” da Gerry Scotti e inscena una sorta di quiz con i bambini? Sì, può essere un buon metodo per incuriosire i più piccoli, ma gli altri che partecipano alla Messa cosa portano a casa, a parte qualche risata? Serve equilibrio. Cosa portiamo a casa, invece, quando il celebrante non alza gli occhi dal foglio e legge qualcosa che non sente come suo e che, magari, non lo appassiona poi più di tanto. E quando assistiamo a una bella lezione teologica ma senza le necessarie cadute sulla realtà?

Il tema centrale non è, però, avere o non avere un bravo oratore come ribadisce mons. Arthur Roche, segretario della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti: il buon omileta, infatti, guida "a intendere e gustare ciò che esce dalla bocca di Dio, aprire i cuori al rendimento di grazie a Dio, alimentare la fede, preparare a una fruttuosa comunione sacramentale con Cristo". È un cattivo omileta colui che "pur essendo magari un grande oratore”, non è “capace di suscitare questi effetti".

Siamo portati anche a traslocare per seguire il sacerdote “bravo”, ma rischiamo di perdere di vista il contatto con la comunità che si rinnova principalmente nella partecipazione alla Messa domenicale. E anche questo è un aspetto da non sottovalutare per una comunità che vuole continuare a crescere.
LUCIANO ZANARDINI 12 feb 00:00