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di + PIERANTONIO TREMOLADA 01 apr 10:45

Nella croce, la risurrezione

“Teniamo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della nostra fede”: è l’invito che troviamo nella parte finale della Lettera ali Ebrei, testo suggestivo del Nuovo Testamento, nel quale la Passione di Gesù è presentata come un atto sacerdotale. Il Cristo che si incammina liberamente verso la sua morte in croce è il sommo sacerdote misericordioso e degno di fede. Egli compie così un vero atto liturgico, grandioso e solenne. All’apparenza non è così. Vista dall’esterno, con gli occhi distratti o annebbiati, la Passione di Gesù è solo sofferenza e umiliazione, una sconfitta amara che lascia spaventati e delusi. Per questo occorre tenere fisso lo sguardo su Gesù, cercando di cogliere il segreto di quanto accaduto. La Passione è fatta di momenti diversi. Vorrei ripercorrerli brevemente e provare a far emergere ciò che rischia di non essere visto. Vorrei tentare di identificare con una parola ciò che ciascun episodio della Passione insieme nasconde e rivela. Raccoglieremo così il frutto di quell’opera che la Lettera agli Ebrei ci invita a fare. Il primo episodio da ricordare è quello dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme. È un ingresso che avviene non a piedi ma su una cavalcatura: come per un re. Non però su una cavalcatura solenne, ma su un asinello: come un re di pace. La parola che ci svela il segreto da scoprire con lo sguardo della fede è “mitezza”.Il secondo episodio avviene nella sala al piano rialzato di una casa di Gerusalemme messa a disposizione di Gesù da una persona amica: è la sua ultima cena con i discepoli. Durante questo pasto avviene qualcosa di assolutamente straordinario: Gesù spezza il pane per i suoi e lo offre loro come il suo corpo e porge loro il calice del vino dicendo che è il suo sangue versato per loro. Il pensiero è alla sua morte imminente, che viene misteriosamente anticipata come sacrificio d’amore.

La parola da richiamare qui è “offerta”.

Si giunge poi al Getsemani, il luogo della preghiera e dell’arresto. Gesù entra qui nel cuore della prova, fino a sudare sangue. Egli invoca il Padre nel buio della notte, notte esteriore e interiore. “Angoscia” è la parola che esprime il sentimento del suo cuore in questo momento.
Condotto prima davanti al Sinedrio ebraico e poi davanti a Pilato, il governatore romano, Gesù è sottoposto al giudizio degli uomini: accuse senza fondamento, pale ostilità, calcolo politico, difesa di interessi personali, crudeltà, disprezzo. Gesù rimane in silenzio. Prende pazientemente su di sé il peccato del mondo. La parola chiave è “perdono”.
Ed eccoci al calvario, il vertice della Passione. Ciò che accade ora nel cuore dei Gesù è semplicemente insondabile. Le sue ultime parole sono: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”: senso di abbandono, solitudine lacerante ma anche totale consegna al Padre. Queste parole, infatti, sono l’inizio di un Salmo e quindi una preghiera. La parola che riassume l’esperienza è “fiducia”.


Infine, il giorno di Pasqua. Il sepolcro è vuoto. Le donne giunte per compiere il pio gesto dell’unzione sono invitate a portare ai discepoli la notizia della risurrezione. Il termine risurrezione è carico di mistero: che cosa nasconde? Poi il Cristo si fa vedere, incontra i suoi, mangia con loro, li introduce nel disegno di Dio. La gioia è immensa. Il Cristo ritrovato è in realtà il Cristo redentore. Ora egli li invia in tutto il mondo. Ecco dunque la parola finale: “vangelo”, cioè la lieta notizia della salvezza per tutti.
Tenere fisso lo sguardo su Gesù permette di riconoscere i sentimenti che il suo cuore coltiva mentre compie l’opera della redenzione. Essi sono: mitezza, offerta, angoscia, perdono, fiducia. Sono questi sentimenti che danno origine al Vangelo, potenza di grazia per la salvezza del mondo. Essi trasformano lo scandalo della croce in principio di speranza.
Auguri di una santa Pasqua.

+ PIERANTONIO TREMOLADA 01 apr 10:45