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di CHIARA GABRIELI 16 set 2026 13:42

Oltre la prima impressione

Quando si parla di migranti, scorrono ancora le stesse immagini: i barconi, gli sbarchi, i centri di accoglienza. È lo sguardo dell’emergenza, che vede solo l’arrivo e ignora ciò che viene dopo. Eppure la gran parte di chi vive accanto a noi non è arrivata da un barcone: sono persone che lavorano qui da anni, con figli e figli dei figli nati e cresciuti nelle nostre scuole. Le incontriamo nei cantieri, nelle fabbriche, accanto ai i nostri anziani. Ma il quadro sta cambiando: negli ospedali, nelle aule, nei laboratori, negli uffici ci sono medici, infermieri, insegnanti, ricercatori e impiegati con origine migratoria. Nella società il passaggio sta iniziando: nelle nostre parrocchie molto meno, mi ha colpito che nel recente Convegno Diocesano dello scorso aprile fossero presenti solo due delegati con retroterra migratorio.

Proviamo allora a immaginare un coinvolgimento vero di questi nostri fratelli e sorelle nelle dinamiche di vita tipiche delle nostre parrocchie: la/il catechista che prepara i bambini nel cammino di Icfr, l’animatore/trice del Grest, il/la direttore/trice del coro, tutti con i loro talenti al servizio della medesima comunità. Oggi è più un sogno che una realtà, quasi una profezia. Perché si avveri servono occhi nuovi, capaci di vedere nel migrante non solo chi ha bisogno, ma chi può far crescere con noi la Chiesa e la società. I doni e i carismi si scoprono solo quando ci si apre e ci si racconta.

Molti hanno custodito la fede lontano da casa e la portano nelle nostre assemblee: fratelli e sorelle alla stessa mensa eucaristica. Troppo spesso ci fermiamo alla prima impressione: un accento, un abbigliamento, un velo bastano a farci credere di sapere già chi abbiamo davanti. Il pregiudizio ci risparmia la fatica di conoscere, ma ci toglie la verità delle persone.

La Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato ci chiede di passare dalla superficie alla profondità delle relazioni, dove ogni storia ha un nome e un volto. Papa Leone XIV indica la strada: “Trasformare l’accoglienza da concetto astratto a pratica pastorale stabile”. Non un gesto da ricorrenza, ma uno stile quotidiano: catechesi pensate insieme, consigli pastorali che rispecchiano chi abita la parrocchia, oratori dove ragazzi crescono insieme.

È il momento che la nostra città e le parrocchie intraprendano questo cammino. Non basta mettere una cultura accanto all’altra, come vicini che si salutano sul pianerottolo. Occorre uno scambio vero, in cui ciascuno dona e riceve. È questa l’intercultura: un incontro che non svuota l’identità, ma la rafforza. Chi incontra davvero l’altro non perde sé stesso: si ritrova. Siamo pronti a lasciarci arricchire da chi siede accanto a noi la domenica in Chiesa? Una comunità che accoglie non diventa meno cristiana: diventa più cattolica, cioè più universale.

(Foto Vatican Media/SIR)


CHIARA GABRIELI 16 set 2026 13:42