Prof, io sono io
Sabato 17 ottobre il corteo contro il carovita di “Italia in piazza” si è diviso e gruppi di giovanissimi incappucciati hanno trasformato piazza Duomo a Milano in un campo di battaglia. Domenica la scena si è ripetuta per le vie del centro. Il bilancio: oltre quaranta feriti tra le Forze dell’Ordine, 271 persone in Questura, 220 delle quali minorenni. Hanno tra i 12 e i 19 anni, sono figli di italiani e di immigrati, vengono dalle periferie e dal centro, senza bandiere né sigle. Al di là delle letture di comodo di chi, secondo la convenienza di partito, condanna o celebra le gesta di questi giovanissimi, ciò che qui interessa è prendere atto dell’emergenza educativa, anche se forse, a questo punto, sarebbe più onesto parlare di disfatta educativa. Proviamo a chiederci, con umiltà, con lo sguardo di un fanciullo che sa di trovarsi davanti a qualcosa che non conosce: da dove nasce quella terribile inquietudine che degenera in una violenza gratuita, distruttiva, del tutto irrazionale? “Sono il loro fallimento”. In questi giorni, a scuola, l’ho chiesto ai miei studenti. Lo dico senza mezzi termini: mi si è spezzato il cuore. Ragazzi di 15 anni che parlano di: un “bisogno disatteso di sentirsi ascoltati”; del “non essere guardati nemmeno dai genitori per ciò che si è”; della “pressione costante – tanto forte da provocare attacchi d’ansia – per ottenere risultati”. Le violenze di piazza Duomo, ha sintetizzato uno di loro, “non sono altro che l’espressione più barbara di un vissuto traumatico insoddisfatto”. Un vissuto che molti dei nostri ragazzi riconoscono come proprio. Un paio di esempi: “Ieri ho preso quattro in matematica e i miei genitori mi hanno detto che sono il loro fallimento”. “Capisco che i miei vogliono il meglio per me, però a volte sembra che non mi guardino per ciò che sono, ma per ciò che hanno deciso che io debba essere”. Il grido “io-sono-io”. Ho provato a incalzarli, riportandoli alle ragioni delle violenze di Milano. Una ragazza, dal fondo della classe, ha chiosato: “Prof, non è l’approvazione che quei ragazzi cercano. Al contrario: vogliamo essere disapprovati” (si noti il passaggio alla prima persona plurale). Mi hanno visto esitare, come un alunno un po’ tardo a capire. “Prof, queste violenze, sbagliate, ingiuste, da punire, sono il grido di gente che urla io-sono-io”. Mi è tornato in mente re Lear che, rinnegato dalle figlie, domanda smarrito: “Chi è che può dirmi chi sono?”.
Sia chiaro: tutto ciò non significa in alcun modo legittimare quanto è accaduto né attenuare i provvedimenti giusti e doverosi. D’altra parte, non possiamo non riconoscere che nel cuore dei nostri ragazzi c’è un grido, un bisogno che non si assopisce, grazie a Dio, con un iPhone, un paio di scarpe o una pacca sulla spalla. È il cuore inquieto di cui parla Agostino all’inizio delle Confessioni: “Inquietum est cor nostrum”, il nostro cuore è inquieto finché non trova riposo in ciò per cui è fatto. Quel grido chiede, prima di tutto, qualcuno che lo ascolti. Non basteranno i militari annunciati in questi giorni, né i Daspo né le inevitabili condanne. Così come non basterà l’indulgenza di chi trasforma una vetrina sfondata in un manifesto politico. La disfatta educativa non si ripara con un decreto o un proclama, ma con una presenza affettuosa, paziente, severa, capace di accogliere quell’“io-sono-io” per ciò che è: un dono. La differenza tra educare e addomesticare è tutta qui. Addomesticare, da “domus”, significa insegnare ad adattarsi all’ambiente domestico, ovvero a stare in casa senza sporcare, a stare nella società senza creare troppi problemi. Educare (“ex ducere”), etimologicamente, significa “trarre fuori”: presuppone la certezza che in ogni ragazzo ci sia un bene infinito da far emergere, un dono sorprendente ben più grande di utopie e progetti. L’avventura educativa riparte da qui: dal riconoscimento che “tu-sei-tu”, dalla disponibilità a lasciarsi meravigliare dall’alterità dell’altro. Il libro della Genesi parla chiaro: dopo aver creato l’uomo, Dio vide quanto aveva fatto: “Ed ecco, era cosa molto buona”. Forse, occorre re-imparare a guardare i nostri ragazzi con gli occhi di Dio, come Gesù con il giovane ricco: “Fissò lo sguardo su di lui, lo amò”. Prima di ogni voto, di ogni risultato, di ogni errore.
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