Soglie, non confini
C’è una bella differenza tra difendere i confini e custodire le soglie. “Custodire le soglie” è stato il titolo del quinto seminario “Donne e Bibbia” che si è tenuto all’abbazia di Maguzzano lo scorso fine settimana, organizzato dalla Biblioteca Naudet di Verona, insieme a “Donne Sinergie” e al bel progetto “Sorelle Diocesi”, una rete di sette chiese d’Italia impegnate a condividere le buone prassi delle donne nella Chiesa. “Difendere i confini”, invece, è un tema ricorrente, ormai quotidiano nella vita ecclesiale come in quella politica: chi è dentro, chi è fuori, chi ha il diritto di segnare il limite tra le due parti, chi difende cosa.
Penso allo scisma della Fraternità Sacerdotale San Pio X, i cui membri sono ufficialmente fuori dalla comunione cattolica, ma penso anche alle molte bandiere che invocano remigrazione, a cui ha ben risposto il vescovo di Palermo, mons. Lorefice, il 15 luglio per la festa di santa Rosalia: “Chi non riconosce l’altra o l’altro come sorella, come fratello, indipendentemente da ogni considerazione culturale, religiosa, razziale e geografica, è fuori dal Vangelo. Lo dico forte, di nuovo, perché non ci siano equivoci. Chi la pensa così, chi difende il privilegio di alcuni rispetto ad altri, è fuori dal Vangelo. Chi sventola il vessillo della remigrazione ferisce a morte la fraternità evangelica e umana”. Dunque sembra ci sia davvero un “dentro” e un “fuori” la Chiesa, un “dentro” e un “fuori” il Vangelo. La Fraternità San Pio X è fuori, come ha ratificato Leone XIV, e anche chi urla remigrazione è fuori, come ha tuonato Lorefice. Si tratta di un confine ottimamente difeso? “Gli esclusi” direbbero di sì, perché sono abituati a parlare proprio in questi termini e infatti sono convinti di difendere la tradizione (della Chiesa? dell’Italia? Le distinzioni sfumano nel motto “Dio patria famiglia” di fascista memoria). Il fatto è che la tradizione, come la Chiesa, non ha un confine, ma una soglia. Mentre un confine si sorveglia perché nessuno passi senza autorizzazione, una soglia è un luogo progettato proprio per essere attraversabile, e si sorveglia al massimo perché nessuno ci si pari davanti. I passi carrabili, si sa, vanno lasciati liberi e chi ingombra il passaggio va spostato, anche a forza.
La parola “soglia” chiama ospitalità, accoglienza, convivenza, transito e movimento. Certo, a volte implica anche rischi, precarietà e cambiamento, ma l’alternativa è murarsi vivi in casa propria. Per molti secoli, le donne sono state più spesso dalla parte delle soglie che delle trincee (non che sulle soglie il pericolo sia inesistente, ma il sangue scorre comunque meno abbondante). Sarà il caso che torniamo tutti – uomini e donne – a quella sapiente e radicale apertura. Come fanno notare le teologhe, appelli simili compaiono anche nelle pagine della Scrittura, se ci si abitua a vederli: a Maguzzano, per esempio, si parlava tra gli altri del capitolo 26 della Genesi, dove Isacco è costretto ad abbandonare molti pozzi a causa dei conflitti per l’acqua, finché ne scava uno intorno al quale si radunano tutti; lo chiama “Recobòt”, che vuol dire “luoghi spaziosi”, e dice: “Ora il Signore ci ha dato spazio libero, perché noi prosperiamo nella terra”. Ecco, a noi servono “Recobòt”, luoghi condivisi, ampi e aperti, non confini. Preghiamo, dunque, di custodire sempre le soglie, e di non murarci vivi.