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Lodrino
di EDMONDO BERTUSSI 26 mar 00:00

Il missionario Gianni Foccoli e il racconto della sua vita dedicata agli altri...

Nato in una famiglia in cui la vocazione missionaria era ben radicata, il lodrinese Gianni Foccoli racconta le tappe che lo hanno portato in giro per il mondo, dal Medioriente all’Africa

Volontario da quasi vent’anni, dei quali 12 all’estero, Gianni Foccoli, classe 1940, è nato e cresciuto a Lodrino in una famiglia composta da cinque maschi e cinque femmine. Suo padre Maffeo (Mafìo) era agricoltore in montagna e scalpellino stagionale in Svizzera, sposato con l’amata Maria Baresi. Una famiglia, quella di Gianni, dove il termine “missione” aveva terreno fertile. Basti pensare a padre Tarcisio, missionario della Consolata in Sudafrica, ora a Martina Franca, che quest’anno celebra i 50 anni di Messa e a suor Annamaria, comboniana, espulsa dal Sudan, vicina al 60° dei suoi voti. Gianni racconta: “Appoggiavo l’orecchio al pavimento e dicevo a mio padre che sentivo i bambini africani chiamarmi”. Era un tempo straordinario per Lodrino: sono ancora una ventina i suoi missionari sparsi nel mondo. Studiava coi Salesiani al S. Bernardino a Chiari: “Il metodo educativo di don Bosco (ragione, religione, amorevolezza, fiducia nei giovani) è stata la mia guida” racconta. Scuole medie, liceo classico e scientifico, studi di filosofia, nella Scuola italiana all’estero e coi Salesiani a Beirut, dove tra arabi, ortodossi, cattolici, maroniti assorbe la mentalità dell’“ecumenismo”. Tornato, si laurea alla Cà Foscari di Venezia, diventando dottore in lingue e letteratura araba, ebraica, inglese, francese, oltre che assistente in lingua araba. Conosce e sposa nel 1975 la veneziana Michela. Vince poi il concorso statale e insegna inglese prima a Venezia e poi a Ome e a Monticelli.

Gianni coltiva inoltre l’amicizia con Beppe Nava fondatore della storica Scuola Bottega, tessendo una collaborazione come preside nelle diverse sedi in provincia, dove dagli artigiani impara la manualità di tanti lavori. Sentiva sempre più forte il richiamo dell’Africa dove aveva un fratello e una sorella. Una volta in pensione, con le figlie Kàrim e Maria Luisa maggiorenni, parte per una nuova missione con i Salesiani. Con loro era a Betlemme a fare il pane nell’unica forneria funzionante durante l’ “intifada” del 2002, con i carri armati israeliani per strada, e il coprifuoco continuo: solo i ragazzi potevano circolare, portando il pane a 250 famiglie. Una mattina gli spalancarono la porta intimandogli di chiudere la forneria e lui con un gesto temerario li spinse fuori. Sbalorditi i soldati presero e pagarono il pane e lo lasciarono in pace. Da lì parte alla volta dell’Africa con una convinzione: “L’unica strada per fermare l’esodo di milioni di africani è renderli indipendenti, protagonisti a casa loro, senza assistenzialismo”. La scuola bottega di Beppe Nava era utile per insegnare i vari mestieri.

Nel 2004 era in Sudan da mons. Cesare Mazzolari, vescovo a Rumbek a organizzare le 12 “stazioni missionarie” nelle foresta. Poi in Darfour per la costruzione e organizzazione della scuola professionale di El Obeid per 400 ragazzi. Nel 2009 è in Burundi per l’Associazione Solidarietà di S. Vigilio, dove stava realizzando a Gitega una scuola secondaria. Nel 2010, spronato da don Mario Piccinelli era a Sobanet (Guinea Konakry) ad aiutare Riccardo Piccaluga che, venduta la sua attività industriale, aveva progettato una struttura orfanatrofio-scuola professionale per 500 ragazzi. Nel 2011 è di nuovo in Darfour. Infine, fino al 2013, Gianni ha lavorato nel neonato Stato indipendente del Sud Sudan a Juba, per un progetto di 100 scuole e centri professionali nelle zone più sperdute, sostenuto dalla Comunità cattolica del Sud Corea. Ora è a casa pronto a ripartire a 75 anni.

E gli arabi di oggi? “Ricordo – afferma il missionario – a Istanbul una grande riunione dei muftì (l’autorità religiosa del mondo arabo). Rivolti a noi occidentali dissero ‘Con la vostra democrazia vi conquisteremo; con la nostra religiosità vi domineremo’. Chi, musulmano, viene in Occidente rimane sbalordito della nostra superficialità e dalla mancanza di espressioni di pubblica religiosità. Abbiamo annacquato la nostra identità, dimenticato le nostre radici religiose. Io non ho mai avuto problemi quando mi vedevano col rosario in mano”. Poi si alza e mostra uno dei ricordi più cari: il rosario musulmano regalatogli da un Imam al suo rientro in Italia.
EDMONDO BERTUSSI 26 mar 00:00