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Brescia
di LUCIANO ZANARDINI 07 ago 08:14

Le relazioni prima di tutto

Don Stefano Bertoni, nuovo parroco di Rezzato, si racconta

Nel suo sguardo sereno è facile scorgere l’animo di una persona che si sente amata da Cristo e che, a sua volta, ama. Non è scontato. Don Stefano Bertoni, classe 1962 e ordinato nel 1990, ritorna nella nostra diocesi dopo nove anni di servizio come fidei donum in Brasile a Macapà. Il suo ministero è iniziato nella parrocchia cittadina del Divin Redentore (1990-2001).

Cosa ha imparato in questi anni di sacerdozio?

Ho avuto l’occasione di vivere un ministero sacerdotale abbastanza diversificato: servizi tipicamente parrocchiali o servizi nell’ambito diocesano come la pastorale universitaria e la formazione dei diaconi permanenti. Negli ultimi nove anni sono stato nella diocesi di Macapà. Nel mio ministero ho imparato a passare da una prospettiva in cui chiedevo di pregare Dio perché mi aiutasse a vivere bene i progetti pensati a una prospettiva nella quale pregavo di essere capace di fare quello che Dio voleva. Il Buon Pastore è solo uno. I presbiteri, ma anche ogni battezzato, sono chiamati a collaborare con l’azione del Buon Pastore.

C’è un passo della Bibbia al quale è particolarmente legato?

Nella vita di ogni cristiano la Parola di Dio è presente. Per l’ordinazione sacerdotale avevo scelto la frase del capitolo ottavo della Lettera di San Paolo: “Nulla ci potrà mai separare dall’amore di Cristo”. Negli ultimi tre anni, nella mia vita, è ritornata più volte la frase “sono venuto per servire”; nell’Anno Santo della misericordia ho optato per “sono venuto per servire con misericordia”: se c’è una frase che vorrei vivere di più e sempre meglio è proprio questa.

Cosa le ha insegnato l’esperienza brasiliana?

Nella diocesi un po’ bresciana di Macapà (il vescovo da 13 anni è mons. Piero Conti, i sacerdoti fidei donum sono quattro) ho vissuto per nove anni nella stessa parrocchia, nella periferia della città di 450mila abitanti, e a contatto con alcune comunità all’interno dove andavo per riconciliarmi con la tranquillità e con la natura. In questa esperienza ho riscoperto la centralità delle relazioni umane che vengono prima del progetto pastorale. Abbiamo costruito e scritto con il consiglio pastorale un progetto pastorale, ma prima del progetto c’è la valorizzazione di ogni persona, qualsiasi essa sia. La persona va sempre rispettata. In missione si impara la pazienza. In una diocesi di 150mila chilometri quadrati con 27 parrocchie e pochi sacerdoti impari che non puoi fare tutto e che non devi fare tutto e che le cose quando cambiano, cambiano con i loro tempi. Conservo nel cuore anche il contatto con una natura esuberante e dalle grandi dimensioni (l’Amazzonia) che ti parla di Dio. Vedi la natura come è stata pensata, perché in certe zone l’uomo non è ancora intervenuto. Non cercherò l’Amazzonia qui, ma sicuramente farò qualche passeggiata sulle nostre montagne.

Non è facile, per chi viene da lontano, innestarsi in una realtà forse troppo strutturata...

Tutti i fidei donum che rientrano trovano qualche difficoltà. Sono convinto che il sacerdote è al servizio della comunità. Mi sento “l’ultimo arrivato” anche per la conoscenza del territorio e della vita locale. All’inizio non serve parlare molto e pretendere di far fare le cose secondo i propri programmi. A Rezzato non dovrò cercare il Brasile, ma avere il Brasile nel cuore mi aiuterà a guardare la realtà di Rezzato con occhi diversi. Cercherò di ascoltare, di lasciar parlare le persone e di conoscerle. Mi piacerebbe riuscire a continuare il cammino molto bello che in questi anni è stato fatto dalle comunità di Rezzato.

Ci sono delle figure di Santi ai quali si ispira?

Nella mia vita sono apparse in tempi diversi tre Sante. Mi piacerebbe vivere qualcosa di tutte e tre. In Seminario mi sono avvicinato a Santa Teresa d’Avila per la sua capacità di decidere, per la fermezza in alcune situazioni e per l’intuizione di mettere come punto di partenza il principio dell’incarnazione di Cristo: si arriva a Dio per mezzo dell’umanità di Cristo. Apprezzo Santa Teresa di Lisieux per la sua semplicità, per la centralità del cuore e dell’amore per gli altri e per l’apertura missionaria (patrona delle missioni senza essere andata in missione). In parallelo, c’è Santa Teresa di Calcutta: unisce la contemplazione (soprattutto al mattino) al desiderio di servire gli altri. Mi piacerebbe davvero apprendere almeno qualche frammento della loro vita.

LUCIANO ZANARDINI 07 ago 08:14