Sinodalità: c'è molto da imparare
Si è appena concluso il Convegno Diocesano “Noi siamo la Chiesa del Signore”, due weekend (10-12 e 17-19 aprile) in cui 320 persone, delegate da tutta la Diocesi, erano chiamate a elaborare alcuni orientamenti concreti per il futuro della chiesa di Brescia, da consegnare al vescovo. Il convegno ha dato molti frutti buoni (già tante voci li racconteranno, qui o altrove), questa però è una riflessione sul suo “punto debole”, cioè il metodo, che è molto più importante di qualsiasi contenuto. Va verificato adesso, con i ricordi ancora freschi, non per guastare il clima di gratitudine che sta accompagnando questi giorni post-convegno, ma perché crediamo che lo Spirito soffia dove vuole, nelle gratificazioni e anche nelle fatiche. Se poi mai può soffiare attraverso i teologi è perché essi hanno il ruolo di voce critica dentro la chiesa, e io non posso mancare a questa parte.
Per ragionare su “cosa” ha detto il convegno bisogna infatti sapere “come” è arrivato a dirlo, perché ognuna delle proposizioni approvate (il modo in cui è scritta, i voti che ha ricevuto), non dipende solo da noi delegati e dalla nostra buona volontà, ma anche dai meccanismi con cui abbiamo lavorato: tempi, regole, distribuzione dei ruoli, composizione dell’assemblea… tutto influisce sul risultato. Tra le tante questioni, ce ne sono almeno due che dovranno interrogarci particolarmente se vogliamo essere sempre più una Chiesa sinodale:
1.Abbiamo avuto tempi troppo stretti. Non sono impazzita, so che (come ci siamo ripetuti spesso) “stiamo lavorando da due anni”. O meglio: so che qualcuno è stato davvero impegnato per 24 mesi (a contattare ospiti, reperire materiali, incontrare persone…), ma per i delegati non è stato proprio così. I processi collettivi non si misurano sul calendario, dall’indizione alla chiusura, ma sulla percezione delle persone di star contribuendo concretamente a qualcosa, e cominciano dal momento in cui tutte le persone chiamate a esprimersi hanno una visione comune e possono lavorarci insieme. Cioè, nel nostro caso: dalla pubblicazione dei lineamenta (inizio febbraio) o addirittura dalla presentazione di tutte le proposizioni, domenica 11 aprile. È infatti da qui in poi che i delegati potevano prendersi la responsabilità per contribuire al discernimento ecclesiale. Invece, irrisorio è stato il tempo in cui hanno potuto mettere le mani in pasta sulle proposte dei lineamenta (solo la giornata di sabato 10, e senza prima conoscersi tra di loro), e irrisorio anche il tempo per elaborare e presentare gli emendamenti: due giorni e mezzo, infrasettimanali e lavorativi. Eppure, questi due momenti erano essenziali per poter costruire una visione condivisa: abbiamo scritto insieme pezzi di documento, e cercato firmatari alle nostre proposte di modifica, e questi non sono tempi tecnici, sono i passaggi in cui abbiamo cominciato a negoziare sulle parole e sulle priorità, ponderando le ragioni dei dissensi, e cercando di integrare quante più persone possibile in un progetto comune. Per far questo ci sarebbe servito poter interpellare tante persone tante volte. Un’obiezione detta al microfono poco prima del voto raccoglie solo dei “no”, se invece è detta in tempo ed entra nell’elaborazione consente di allargare la rete.
2.La Chiesa sinodale prende a volte in prestito i meccanismi della democrazia, e in teoria sa applicarli anche meglio della società civile, perché ne coglie più in profondità il senso (cioè: la ricerca di unità)… Tuttavia, continuiamo a sottovalutare lo strumento più potente che la democrazia offre a questo scopo: la trasparenza dei passaggi e dei criteri. Quando si lavora a un documento comune, da aggiustare tramite emendamenti com’è stato al convegno, ogni proposta di modifica va presentata a una “commissione testi” (anche noi ne avevamo una). Ci vuole un certo rigore: si deve specificare se si vuole fare una correzione di forma o di merito, e se l’emendamento è abrogativo, aggiuntivo o sostitutivo. Questo perché togliere o aggiungere una parola può essere una questione estetica oppure un dettaglio importante da discutere, e solo i firmatari di un emendamento sanno se vogliono fare l’una o l’altra cosa. Da noi però la prassi era più vaga (infatti ci sono stati fraintendimenti), e l’unica regola era: “Gli emendamenti non possono contraddire le proposizioni”. Sulla base di questa indicazione, la commissione testi doveva cassare gli emendamenti “non coerenti con la proposizione di partenza”… Ma è una richiesta assurda: gli emendamenti esprimono un dissenso per loro natura. Il tentativo di arginare le discussioni è comprensibile ma ingenuo: il conflitto fa necessariamente parte di ogni processo collettivo. Infatti i delegati hanno per lo più interpretato questa regola come il divieto di abrogare, e (ovviamente!) hanno fatto lo stesso le loro critiche, aggiungendo vari “D’altronde” e “Senza tralasciare che”.
Poi è intervenuta la commissione, e di più di 200 emendamenti presentati se ne sono salvati circa 70, a volte in versioni diverse dall’originale, o accorpati tra loro. La cosa grave è che i firmatari non sapevano se il loro emendamento sarebbe stato discusso, modificato o accorpato e, nella maggior parte dei casi, lo hanno scoperto insieme agli altri. Fatte sempre salve le intenzioni e le persone, un convegno diocesano non può funzionare così. La prassi “giusta” – nel senso della giustizia – è che prima di ogni eventuale modifica si contatti il primo firmatario di ogni emendamento, si verifichi di non averne frainteso l’intento, e con lui si concordi accorpamenti, ritiri e riformulazioni. Serve tempo, certo, e cura delle relazioni, ma questo avrebbe tutelato anche la commissione testi dal rischio di arbitrarietà o dirigismo, perché chi decide tende sempre a farlo in base alla propria idea di partenza, o alle proprie paure, mentre è la trasparenza l’unica cosa che garantisce a tutti di riconoscersi nel risultato finale. Sono convinta che, nell’idea dei coordinatori, la commissione testi dovesse aiutare l’assemblea, selezionando ciò su cui c’era già convergenza e presentando alla discussione solo gli emendamenti che erano già nell’area del consenso. Di nuovo, l’intento è comprensibile, solo che il consenso non si trova mai a monte, al contrario si crea proprio nella discussione. Una discussione negata è un’occasione persa di fare un passo verso l’unità.
Don Carlo Tartari dice che “c’è vita oltre il convegno”, ed è vero, ma è anche vero che quello che si poteva fare in quei 10 giorni non è replicabile nella nostra quotidianità di credenti. Forse allora varrà la pena che questa “vita oltre il convegno” non dipenda solo da dei contenuti, emersi alle condizioni “strette” di cui si è detto, ma prenda sul serio anche le debolezze comprovate, soprattutto la necessità di impratichirci su come si fa un lavoro collettivo. I frutti del convegno non sono solo le proposizioni votate, ma anche i 200 emendamenti – compresi quelli squalificati – in cui si intravedono le telefonate a tarda sera e i messaggi whatsapp e i tentativi di mediazione e il desiderio di non perdere l’occasione… Una voce comune, benché ancora disordinata. Forse la votazione ha chiuso troppo presto un processo di ricerca di unità appena cominciato. Resta la gratitudine del confronto, e l’entusiasmo per le alleanze nuove e ritrovate, insieme a un po’ di amarezza nell’accorgersi che abbiamo ancora tanto da imparare della sinodalità. Ma lo Spirito soffia sempre, non ho dubbi: grazie o nonostante noi.