Comunione: opera dello Spirito e lavoro del prete
Contemplando il cuore della Trinità, tutti i cristiani sono chiamati ad essere persone di comunione, là dove si trovano, nella concretezza della storia e nella libertà delle loro scelte. Imparare a discernere significa, in questo senso, crescere nella capacità di decidersi quotidianamente per la comunione, aprendosi all’azione dello Spirito ed impegnando le proprie energie fisiche e spirituali, perché cresca ogni giorno il Corpo di Cristo e si avvicini il Regno di Dio. La formazione dei giovani nella prospettiva del presbiterato non può che collocarsi in questo orizzonte, aiutandoli a prendere consapevolezza che la comunione si realizza attraverso l’opera dello Spirito Santo, ma con un costante impegno personale. La vita del prete è fatta di lavoro e di invocazione dello Spirito o, forse potremmo dire, di un’invocazione laboriosa. La non facile commistione nella formazione tra preghiera, studio, lavoro, servizio, incontri trova nella liturgia un luogo e un tempo perché tutti questi elementi siano riconoscibili come rivelazione del volto di Dio sulla faccia della terra, evitando qualsiasi fuga in rifugi solitari o l’anestesia nei frastuoni mondani.
Il prete, uomo di lavoro e di invocazione, è chiamato ad un ministero bello e impegnativo con il popolo di Dio e per il popolo di Dio: questo lo sappiamo bene, ma dobbiamo ricordarcelo ogni giorno in seminario perché la vocazione non diventi un’illusione o un progetto individuale. Dobbiamo guardarci da due pericoli che possono spegnere la vocazione ad essere uomini di comunione. Il primo è quello del lavoro senza invocazione: ci buttiamo in attività che ci gratificano, ci affanniamo per recuperare la distanza tra noi e i nostri coetanei che magari sono manager di qualche azienda: dediti al raggiungimento dei nostri obiettivi pastorali, mascheriamo un narcisismo che ci porta, lentamente ma inesorabilmente, a specchiarci nella nostra debole identità. Così rilanciamo verso qualche altro obiettivo, sempre insoddisfatti e un po’ più tristi. Il secondo è quello dell’invocazione senza lavoro: siamo troppo preoccupati di custodire le nostre presunte esigenze spirituali per lasciare che il ministero ci scomodi. Vorremmo vivere da monaci, dedicandoci alla nostra spiritualità sacerdotale, ma con i tempi, le comodità e lo stipendio dei presbiteri. Anche in questo caso prima o poi ci troveremo soli con la nostra debole identità e con l’inconsistenza delle nostre illusioni.
Proviamo a formare presbiteri che abbiano le mani segnate dal lavoro e la voce consumata dall’invocazione, uomini di comunione che si ritrovino insieme stanchi e felici, per ringraziare del dono della vocazione. Di questo sarà grato anche il popolo di Dio.