Fragilità nascoste o invisibili
“Da soli non ce la facciamo”. È la sintesi dei biglietti lasciati da Luca e Valentina, i genitori di Bianca, una ragazza disabile di cinque anni che necessitava di continue cure. La scena terribile con i tre corpi a terra rimarrà impressa nella mente dei soccorritori, ma anche nel cuore di chi ancora riesce a farsi delle domande sul senso della vita. Nelle ultime ore molto si è scritto di questa triste storia dall’epilogo drammatico. La famiglia era seguita dai servizi sociali, ma evidentemente non è bastato. Non è questo il tempo delle accuse. Potremmo, però, riflettere sulla solitudine diffusa, che non è più solo una caratteristica di chi vive nei grandi centri. Proviamo, a partire da quanto purtroppo è successo a Roma, a recuperare il valore della prossimità. E chiediamoci quanta sofferenza abita nelle nostre città, nei nostri quartieri e nelle nostre case. A poco servono le grandi progettualità se ci dimentichiamo delle fragilità, spesso nascoste o invisibili, che ci circondano. Non ci sono ricette pronte all’uso. Ci sono, però, tante domande che una comunità cristiana deve porsi. È già un buon punto di partenza per non vivere da semplici spettatori.