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di ANNA SALVIONI 05 mag 16:33

Gioia e responsabilità nell'essere mamma

Quando da piccola giocavo a fare la mamma lo facevo in maniera naturale e mi divertivo, pensando che, se un giorno lo fossi diventata sul serio, sarebbe stato uguale. A distanza di 30 anni e con tre figli maschi all’attivo, ho capito però che il “fare la mamma” nella realtà è ben diverso: sia come tempistica (h24 – 365 giorni l’anno), sia come relazione, in quanto i figli non sono semplici bambolotti, bensì complessi esseri umani da accudire, capire ed educare. È così che il diventare mamma ha rappresentato per me una rivelazione e l’esserlo una vera è propria missione. Rivelazione perché passando dal ruolo di figlia a quello di madre è come se comprendessi meglio tante cose e riscoprissi aspetti del mio carattere e della mia personalità che prima neppure consideravo e che, invece, in un contesto famigliare, diventano importanti: è il caso dell’essere pazienti con amore, accondiscendenti e decisi al tempo stesso, elastici, ma con fermezza. È come se il diventare genitore facesse emergere quell’autenticità profonda capace di spronarti ad agire al meglio delle tue possibilità, anche se inesperienza, dubbi e debolezze fanno capolino. Missione perché, pur trattandosi di un lavoro non retribuito, rimane sicuramente uno dei mestieri più impegnativi e più belli del mondo: richiede infatti forza fisica, mentale e spirituale (di valori e principi), ma il portarlo avanti con dedizione, sacrificio e passione viene certamente ripagato con uno dei beni più preziosi che è l’affetto dei propri figli.

Penso che il senso di festeggiare la mamma oggi, più che celebrarla in un’unica giornata, stia proprio nel riconoscere sempre quel rispetto e quel valore che rende le madri così speciali per il semplice fatto che, giorno dopo giorno, sfoderano tutte le loro energie e qualità nascoste per mettercela tutta nel concretizzare qualcosa di buono e di bello per il presente e il futuro dei figli. Può essere nell’allattare a qualsiasi ora del giorno e della notte, non stancarsi mai di tirare i dadi in un’ennesima partita del gioco dell’oca oppure i rigori nella porta in giardino, mentre si arriva a sera con ancora in sospeso tutta una serie di questioni di lavoro, telefonate da sbrigare e faccende domestiche da conciliare.

La marcia che muove tutto? Nonostante la stanchezza sia sempre pronta a prendere il sopravvento e i pensieri viaggino lungo una tabella spesso incompleta, resta sicuramente il sorriso e la serenità negli occhi dei figli che con la loro esuberante e innocente presenza ti ricordano che quella è la strada giusta e che ciò che conta è esserci, anche quando qualcosa gira storto o non va come dovrebbe andare. Il nostro terzo figlio è nato in pieno lockdown, accompagnato da innumerevoli timori e incertezze, ma anche da un’immensa voglia di positività e di vita. La sua nascita è stata per la nostra famiglia come un riscatto, un premio concessoci in un periodo generalmente non proprio felice. I due fratellini a casa dalla scuola, un parto in mezza solitaria, la tensione continua di poter incorrere in qualche complicazione derivante dalla pandemia… Gli apparenti ostacoli incrociati durante un’attesa di gioia hanno contribuito a rendere ancor più meravigliosa quest’esperienza, a farci apprezzare, seppur talvolta nella confusione generale, l’unione famigliare, la salute, la venuta al mondo di una nuova splendida creatura e, ancora una volta, l’esserci sempre gli uni per gli altri, perché è solo “vivendo i figli” che si diventa e s’impara bene a fare la mamma.

ANNA SALVIONI 05 mag 16:33