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Roma
di FRANCESCO PROVINCIALI 13 lug 2026 10:28

Il grande spreco di cibo

Nel 2024 circa 673 milioni di persone – pari all’8,2% della popolazione mondiale – hanno sofferto la fame secondo il più recente rapporto delle agenzie ONU sulla sicurezza alimentare. Un dato in lieve miglioramento rispetto agli anni precedenti, ma ancora superiore ai livelli pre-pandemici e lontano dagli obiettivi fissati dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Ancora più ampio è il fenomeno dell’insicurezza alimentare: circa 2,3 miliardi di persone (28% della popolazione mondiale) vivono senza accesso stabile ad un cibo sufficiente e nutriente. Il fenomeno è fortemente diseguale se rapportato alle aree più colpite: in Africa ci sono oltre 307 milioni di persone denutrite pari ad oltre il 20% della popolazione, in Asia occidentale si stima che circa il 12,7% della popolazione complessiva ne sia colpita, mentre in America Latina e in Asia meridionale vengono segnalate fragilità strutturali con segnali di lieve miglioramento.

In particolare i dati più recenti evidenziano come l’America Latina presenti una prevalenza della ‘condizione di fame’ intorno al 5-6%, pari a circa 41 milioni di persone, mentre nell’Asia meridionale il fenomeno assume dimensioni molto più rilevanti, coinvolgendo circa 229 milioni di individui, pari a oltre il 10% della popolazione. Tali differenze dimostrano che la fame non è un fenomeno uniforme, ma espressione di modelli diversi di disuguaglianza e accesso alle risorse alimentari. Secondo le proiezioni demografiche, sempre su base ONU, entro il 2030 fino a 512 milioni di persone potrebbero restare cronicamente denutrite, di cui circa il 60% in Africa.

Il volto più tragico della fame è quello della malnutrizione dei bambini, è dunque questa la dimensione più drammatica del fenomeno: 150 milioni di bambini sotto i 5 anni soffrono di malnutrizione cronica, 118 milioni di minori hanno sofferto la fame nel 2025, di cui oltre la metà a causa dei conflitti armati mentre nei contesti territoriali afflitti da crisi umanitarie acute, centinaia di migliaia di bambini sono a rischio immediato di morte per denutrizione.

Il dato evidenzia una correlazione strutturale tra fame, guerra e instabilità politica, rendendo la questione non solo economica ma anche giuridico-internazionale.

Il fenomeno della fame nel mondo, lungi dall’essere superato, rappresenta ancora oggi una delle principali criticità a livello planetario. Ad esso si contrappone, in termini apparentemente antitetici, il fenomeno dello spreco alimentare, particolarmente diffuso nei Paesi economicamente avanzati.

La coesistenza di tali fenomeni evidenzia una contraddizione strutturale: da un lato, sopravvivono milioni di individui privi di accesso a risorse alimentari sufficienti; dall’altro si riscontra una significativa dispersione di beni alimentari lungo la filiera produttiva e distributiva nei sistemi sociali più evoluti ed a maggior tutela di welfare.

In questa breve riflessione si intende approfondire tale paradosso sotto il profilo giuridico, esaminando il diritto al cibo nel contesto internazionale, le politiche normative volte al contenimento dello spreco e le implicazioni socio-economiche connesse alla distribuzione delle risorse.

Va preliminarmente rimarcato che il diritto al cibo costituisce innanzitutto una componente essenziale dei diritti economici e sociali riconosciuti a livello internazionale.

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo sancisce, all’art. 25, il diritto di ogni individuo a un adeguato tenore di vita, comprensivo dell’alimentazione.

Tale previsione trova ulteriore specificazione nel ‘Patto internazionale sui diritti economici sociali e culturali’ (adottato dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite con Risoluzione 2200A (XXI) del 16 dicembre 1966, entrata in vigore a livello internazionale il 3 gennaio 1976, mentre recentemente si contavano 173 Stati aderenti alla data del 20 ottobre 2025) il quale, all’art. 11, riconosce il diritto di ogni individuo a un livello di vita adeguato, comprendente un’alimentazione sufficiente e il diritto fondamentale ad affrancarsi dalla fame.

La norma impone agli Stati obblighi giuridici articolati, che la dottrina deve sancire e legittimare con riguardo ai tre profili del rispetto (astensione da interferenze nell’accesso al cibo), della protezione (attraverso la prevenzione di violazioni da parte di terzi) e dell’attuazione concreta di presìdi e provvedimenti normativi e regolamentativi (adozione di misure positive per garantire l’accesso al cibo).

Il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali ha chiarito che il diritto al cibo non si esaurisce nella mera disponibilità calorica, ma implica un accesso stabile, adeguato e culturalmente appropriato agli alimenti.

Nonostante il riconoscimento normativo, il diritto al cibo incontra notevoli ostacoli nella sua attuazione, in primis per l’esistenza di criticità strutturali.

Nei Paesi in via di sviluppo, la fame assume carattere endemico ed è riconducibile ad un mix di fattori tra i quali si evidenziano l’instabilità politica e i conflitti armati, l’esposizione alla vulnerabilità climatica, l’insufficienza delle infrastrutture agricole, la debolezza dei sistemi economici locali.

In tali contesti, la violazione del diritto al cibo si configura non solo come problema economico, ma come inadempimento degli obblighi internazionali degli Stati, sebbene condizionato dal principio della realizzazione progressiva delle prestazioni sociali.

Parallelamente, fenomeni di insicurezza alimentare si manifestano anche nei Paesi del cosiddetto benessere, poiché si verificano condizioni esistenziali di precarietà e di indigenza nei contesti territoriali economicamente avanzati.

L’emergere di nuove forme di povertà evidenzia infatti come il diritto al cibo possa risultare compromesso anche in contesti caratterizzati da elevata disponibilità di risorse: negli ambiti metropolitani si sedimentano sacche di emarginazione sociale, specialmente nelle periferie.

In Italia, i dati elaborati dall’ ISTAT (che ha aderito – a partire dal 2004 – al progetto Eu-Silc (European Union Statistics on Income and Living Conditions) attestano un incremento della “povertà assoluta”, con conseguente difficoltà di accesso ai beni essenziali: la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale nel 2024 era pari al 23,1% (era 22,8% nel 2023), per un totale di circa 13 milioni e 525mila persone, in pratica circa 1 italiano su 4. Il concetto di “rischio di povertà” riguarda peraltro le famiglie il cui reddito netto equivalente è inferiore al 60% di quello mediano mentre risulta stabile l’indice della popolazione in condizione di ‘grave’ deprivazione materiale e sociale – oltre 2 milioni e 710 mila persone, pari al 4.6% – classificata in base ad indicatori- standard europei riferiti a difficoltà economiche quali non potersi permettere un pasto completo, dover affrontare spese impreviste o essere in arretrato con l’affitto o il mutuo. Si conferma il gap di rischio povertà o di esclusione sociale tra il nord-est del Paese (considerata l’area geografica di popolazione più abbiente) e il Mezzogiorno, rispettivamente quantificate all’11.2% e al 39.2%: è di tutta evidenza il dato relativo al Sud che lievemente peggiora rispetto all’anno precedente, un trend che interroga sulle decantate, decennali politiche di investimenti mirati allo sviluppo di questo territorio.

Il quadro dei dati ISTAT dimostra che la questione alimentare non attiene esclusivamente alla produzione, ma riguarda anche la distribuzione e l’accessibilità economica, mentre colpisce la radicalizzazione percentuale dei due contenitori di riferimento: quello della povertà assoluta e quello (ad esso prodromico) a rischio di povertà ed emarginazione sociale.

Il fenomeno dello spreco alimentare viene peraltro considerato nel più ampio contesto delle politiche europee in materia di sostenibilità e economia circolare.

L’Unione Europea ha affrontato la questione attraverso diversi strumenti normativi e programmatici, tra cui la direttiva 2008/98/CE (e successive modifiche) sui rifiuti, il piano d’azione per l’economia circolare, la strategia “Farm to Fork”, volta a rendere sostenibile il sistema alimentare.

In tale ambito, l’UE ha fissato obiettivi di riduzione dello spreco alimentare entro il 2030, in linea con l’Agenda delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile (Agenda 2030, obiettivo ‘fame zero’).

A livello nazionale, particolare rilievo assume la Legge 166/2016, che rappresenta un modello avanzato di intervento normativo in materia.

Essa persegue finalità di solidarietà sociale e sostenibilità ambientale, prevedendo la semplificazione delle procedure di donazione delle eccedenze alimentari, degli incentivi fiscali per gli operatori economici, la promozione del recupero e della redistribuzione dei prodotti invenduti.

Tale disciplina si fonda sul principio secondo cui il riutilizzo delle eccedenze costituisce una priorità rispetto allo smaltimento, in coerenza con la gerarchia europea del trattamento dei rifiuti.

Accanto agli strumenti normativi, un contributo significativo è fornito dagli enti del terzo settore, quali il Banco Alimentare e la Caritas.

Tali organizzazioni operano come intermediari tra eccedenza e bisogno, contribuendo alla concreta attuazione del diritto al cibo a livello locale.

Tuttavia, la loro azione, pur essenziale, non può sostituire l’intervento pubblico, ma deve integrarsi con politiche strutturali.

La coesistenza di fame e spreco nei Paesi a più elevato e diffuso benessere evidenzia un limite strutturale del sistema giuridico ed economico globale.

Sebbene il diritto al cibo sia formalmente riconosciuto, nella prassi i prodotti alimentari continuano ad essere disciplinati prevalentemente come beni di mercato, soggetti alle regole della domanda e dell’offerta.

Ciò determina una distribuzione delle risorse non basata sul bisogno, ma sul potere d’acquisto, generando disuguaglianze profonde e persistenti, sussistendo nelle aree di persistente ed intangibile benessere molteplici e differenziate sacche di emarginazione sociale, di indigenza e povertà assoluta.

L’analisi condotta evidenzia come il fenomeno della fame e quello dello spreco alimentare, pur distinti nelle cause, risultino strettamente interconnessi sul piano sistemico.

La loro compresenza impone una riflessione sul ruolo del diritto nella regolazione dei processi economici e nella tutela dei diritti fondamentali.

In tale prospettiva, appare necessario rafforzare l’effettività del diritto al cibo a livello internazionale, promuovere politiche di riduzione dello spreco alimentare, garantire una più equa distribuzione delle risorse, sviluppare strumenti di cooperazione internazionale.

Non va dimenticato infine quanto sia determinante per il raggiungimento di obiettivi condivisi un’opera di sensibilizzazione dei cittadini per maturare un’avvertita consapevolezza circa l’importanza del problema, il consolidamento del senso civico che la supporta, l’assunzione di responsabilità sul piano dei comportamenti personali, l’affinamento del sentimento di solidarietà.

Lo spreco alimentare è il correlato speculare negativo della carenza di cibo che affligge gli indigenti.

Solo attraverso un approccio integrato, che coniughi dimensione giuridica, economica e sociale, sarà possibile superare il paradosso attuale e realizzare un sistema alimentare globale fondato sui principi di equità, sostenibilità e dignità umana.

FRANCESCO PROVINCIALI 13 lug 2026 10:28