Pandemia silenziosa
Anche quest’anno la relazione al Parlamento sul problema dell’uso delle droghe nel nostro Paese ha fatto, purtroppo, registrare fondati motivi di forte preoccupazione sociale, soprattutto in ottica minorenni e giovani adulti. Si aggiunga che negli ultimi tre anni il già drammatico scenario delle tossicodipendenze si è ampliato alle condizioni denominate “nuove dipendenze”, strettamente legate a internet e ai nuovi strumenti tecnologici. I numeri del fenomeno “dipendenza” dicono con inoppugnabile evidenza che ci troviamo di fronte ad una vera e propria “pandemia” in continua espansione, di fronte alla quale si ha la sensazione che ogni mezzo di prevenzione e contrasto sia destinato a risultati assai scarsi. Ciò detto, lungi da amarezze e delusioni paralizzanti, ogni “resa” non può che suonare come una rassegnata corresponsabilità, come ci ha insegnato papa Leone XIV nella recente enciclica “Magnifica Humanitas” sull’IA. Dunque, con vigore sempre nuovo, dalle istituzioni alle associazioni di settore, fino a coinvolgere ogni cittadino, il lavoro di educazione, informazione, prevenzione e repressione non può e non deve mai rallentare. Nel 2025, in Italia, uno studente su quattro ha fatto uso di una sostanza stupefacente, rappresentando il 23% della nostra popolazione scolastica. Cifra che aumenta al 26% se allunghiamo la fascia d’età a 15-19 anni. Cannabis e cocaina sono le sostanze di maggior consumo; seguono cannabinoidi e oppiacei di sintesi, con un allarmante aumento dell’uso dei cosiddetti Nps, Nuove sostanze psicoattive, Mdma, anfetamine e ketamina. La cocaina è al primo posto per decessi da stupefacenti (vale il 33% delle morti per droga), mentre il 57% delle persone in carico ai Serd è legato all’uso di eroina. Sempre nel 2025, sono stati 16.035 i nuovi “utenti” presi in carico dai Serd, pari al 12% della popolazione già in trattamento (parliamo di 131.328 persone!): 48% cocaina e crack (sostanza semisintetica che provoca dipendenza rapidissima e gravissima), 32% cannabinoidi, 17% oppiacei.
L’età media degli utenti varia entro un range 37-45 anni: ulteriore motivo di allarme espresso dalla relazione, perché risulta evidente che i nostri giovani/giovanissimi sfuggono quasi totalmente ai servizi dedicati. Le comunità terapeutiche, con percorsi residenziali e riabilitativi, stanno seguendo 25.694 utenti. Lo scenario legato alla “nuove dipendenze” non è meno allarmante. Prendiamo il gaming (videogiochi) patologico, strettamente connesso al “gambling”, gioco d’azzardo. I nostri ragazzi 11-13 anni consumatori “accaniti” di videogiochi presenta un rischio dipendenza da internet del 16,8%, con l’aggravante che il 45% dei sedicenni italiani ha giocato d’azzardo, condizionati da algoritmi che li hanno condotti – più e meno consapevolmente – in quella direzione. Sono 840mila gli studenti minorenni italiani giocatori d’azzardo. Un dato ci permette di comprendere immediatamente l’enormità del fenomeno: nel 2024 ogni italiano – dal neonato al centenario, nessuno escluso – ha giocato d’azzardo circa 2.658 euro! Il gioco online è raddoppiato degli ultimi cinque anni. Sono un milione e ottocentomila i maggiorenni con profilo di gioco a rischio e 800mila a rischio severo: di questi 7 su 10 sono ultrasettantenni fragili e poveri. Di fronte a questo “bollettino di guerra”, non può che essere impegno pressante di ognuno trovare metodi, strade, percorsi, strategie per fermare e contrastare quella che abbiamo voluto chiamare “pandemia delle dipendenze”. Le proposte concrete ci sono, a partire dai finanziamenti messi a disposizione dal Governo – siamo passati dai 90 milioni di euro degli scorsi anni, ai 160 milioni del 2025 (campagne di informazione scientificamente corretta, bando a ideologie devastanti sulle cosiddette “droghe leggere” – che non esistono, educazione scolastica e percorsi di conoscenza/prevenzione, coinvolgimento della grande diffusione mediatica, potenziamento dei Serd e comunità terapeutiche, governance integrata fra pubblico e Terzo Settore privato) – ma c’è qualcosa che sta ancora più a monte. Potremmo chiamarla una “restaurazione antropologica”: il ritorno – senza sbavature relativiste – ai principi fondanti la comunità degli uomini. Primo fra tutti il valore della vita: valore intrinseco, intoccabile, legato alla natura umana, che non richiede aggettivi particolari per essere una vita “piena”.
La droga, lo sballo, ogni dipendenza sono la “cartina di tornasole” di una società profondamente malata, con un vuoto di “senso” che ci si arrovella di riempire con surrogati che – proprio al contrario – bruciano le coscienze, annientano la bellezza della vita e fanno balenare la morte come la soluzione alla sofferenza. Nessuno nega l’importanza di condizioni economiche e sociali che garantiscano una qualità di vita sempre migliore, per chiunque. Ma non basta. Anzi è drammaticamente insufficiente. Un solo dato: l’ultimo Rapporto UE sul consumo di sostanze stupefacenti tra i giovani europei (18-34 anni), vede in testa nazioni come Olanda, Belgio, Finlandia, Estonia che vantano alti livelli di benessere economico-sociale… Non mancano soldi e cibo, non manca un welfare di alta qualità… Ma la droga non fa un passo indietro! Vorrei concludere, in omaggio al Santo Padre, con una frase di Sant’Agostino: “La speranza ha due bellissime figlie: lo sdegno e il coraggio. Sdegno per contrastare il male, coraggio per cambiare il male in bene”.