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di MASSIMO VENTURELLI 05 lug 13:13

Il tribunale delle coscienze

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Il caso della Sea Watch 3, al di là delle sue implicazioni giuridico-legislative, mette ancora una volta in luce come su alcune questioni sia ancora la "pancia" ad avere la meglio

“Il caso Sea Watch 3 merita davvero un processo, un tribunale. Non tanto per dirimere una contesa fra la Capitana (della nave umanitaria) e il Capitano (della Lega), ma per ristabilire trasparenza, ordine e diritto in una vicenda che coinvolge la dignità di tutti e che viene giocata sulla pelle di poveri esseri umani”. Così scriveva lo scorso 29 giugno sulle pagine di “Avvenire” Alberto Mattioli. Non so a quale tribunale il giornalista si riferisse, se uno di quelli in cui si amministra la giustizia (per la cronaca occorre ricordare che, non senza polemiche, Carola Rakete capitano della nave, è stata prosciolta da ogni addebito, ndr) o se a qualcosa di diverso... Quale tribunale potrebbe essere chiamato a pronunciarsi su quegli aspetti di questa ennesima triste vicenda che vanno oltre la pure importante dimensione giuridica? Non so se la giovane comandante tedesca abbia violato o meno leggi e norme del mare. Sarà la magistratura a dover accertare queste situazioni. So, però, che le parole dell’arcivescovo di Agrigento, il card. Francesco Montenegro, hanno, dovrebbero avere ancora un peso: “Le leggi - ha affermato - dovrebbero essere fatte per rispettare gli uomini, invece a quanto pare ci dimentichiamo di avere davanti a noi degli esseri umani. Laddove c’è sofferenza non posso voltare le spalle. Che esseri umani debbano vivere così, in attesa chissà di chi o cosa, soltanto perché ci sono dei ‘no’ mi sembra incomprensibile. Perché va contro ogni logica: della sicurezza, della difesa. Si resta proprio senza parole”. Così come si resta senza parole per le reazioni violente, scomposte, documentate dalle televisioni di mezzo mondo riservate a Carola Rakete. “Parole dettate dalla rabbia e dalla concitazione della situazione” hanno cercato di giustificarsi i diretti interessati... Parole che, queste sì, meriterebbero di essere prese in considerazione da un tribunale. Ma non quello in cui si amministra quella giustizia che dovrebbe la base di un Paese democratico com’è l’Italia, ma quello in cui ciascuno è chiamato a rendere conto alla propria coscienza. Nonostante tutto, faccio fatica a credere che l’Italia sia quella che ha vomitato con violenza e virulenza sui social insulti e bassezze nei confronti della giovane capitana e su chi ha cercato di capire le ragioni della sua scelta. Se così fosse ben poco lavoro resterebbe al tribunale delle coscienze, ridotto all’inattività per la scomparsa del suo “foro” di riferimento.

MASSIMO VENTURELLI 05 lug 13:13