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di GABRIELE FILIPPINI 06 giu 11:53

L’ambizione di essere stimati e cercati

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Per essere pastori autentici, che non cercano di piacere al mondo, i sacerdoti novelli non si lascino coinvolgere dalla sindrome degli applausi e imbrigliare nella pastoie spesso citate da papa Francesco: carrierismo, curialismo, burocrazia, comodità... e, magari, ricchezza

Poche settimane fa un giovane prete emiliano di soli 25 anni, don Mattia Ferrari, curato a Nonantola, era ospite di “Che tempo che fa”. Il motivo dell’invito alla fortunata trasmissione televisiva, condotta da Fabio Fazio su Raiuno, era molto semplice: don Mattia trascorreva un breve periodo su una di quelle navi Ong che salvano i disperati migranti che rischiano di morire nel Mediterraneo. Nel “laicissimo” salotto mass mediale di Fazio si coglieva nei confronti del giovane prete un senso di commossa ammirazione, quasi di affetto. Infatti questo sentimento, spontaneo e simpatico, fiorisce da sé, di fronte a giovani che intendono donare la vita a Dio e ai fratelli, scegliendo anche la via del celibato: diventano un segno di speranza, pure per coloro che in Dio non credono e la Chiesa non la vedono affatto bene. Questo sentire potrebbe anche essere quello di tutti i bresciani di fronte a quei sette giovani, dai 26 ai 32 anni, che da sabato 8 giugno diventeranno preti: una carica di fresca energia per la diocesi. Coi tempi che corrono è una vera benedizione e bisognerà attendere alcuni anni per avere ancora un gruppo così numeroso in un sol colpo. Ma oltre il sentimento e le facili e condivise emozioni collettive, per la comunità cristiana diventa importante interrogarsi sul ruolo del prete oggi, sulla sua missione, sulla sua identità. Non bisogna rimanere inchiodati al luogo comune che porta molti a dire: “Non ci sono più i preti di una volta”. Per certi aspetti è vero. Come sono veri i cambiamenti vertiginosi in atto da qualche decennio, una vera e propria summa mutatio, come si diceva al Concilio. Non si tratta solo di capovolgere la piramide, ma di leggere, comprendere e amare una società sempre più secolarizzata, disincantata, arrabbiata e distante dalla sfera religiosa. Eppure proprio in questa società, lo rivelano le statistiche con tutti i loro crismi di scientificità, il sacerdote continua a mantenere un ruolo di assoluto rilievo.

Lo si ritiene sempre più una figura essenziale, un riferimento per il mantenimento e lo sviluppo di quella solidarietà quotidiana, di quelle virtù feriali fondamentali per creare il tessuto connettivo, sempre più a rischio di sfilacciamento, delle nostre società occidentali e della nostra cultura. Forse lo si vorrebbe anche un riferimento per la ricerca di quell’infinito che non sia solo la poesia, pur altissima, del Leopardi. I nuovi sette preti si affacceranno, dunque, su una società non facile ma che, in fondo, li attende, li desidera, li vuole incontrare e ascoltare. Ma da parte loro questi giovani preti dovranno mettere in campo tutto quanto è possibile per essere fedeli a quanto hanno acquisito in sette lunghi anni di preparazione seminaristica, continuando ulteriormente la loro formazione: per essere pastori autentici, che non cercano di piacere al mondo, non si lascino coinvolgere dalla sindrome degli applausi e imbrigliare nella pastoie spesso citate da papa Francesco: carrierismo, curialismo, burocrazia, comodità...e, magari, ricchezza. Da buoni e schietti bresciani abbiano la convinzione di un loro grande concittadino ora santo, Paolo VI. Il quale, negli anni Trenta, quando era ancora un giovane prete scriveva: “L’unica ambizione che il sacerdote dovrebbe avere non è quella di aggiungere o titoli o abiti o lode profana al suo nome, ma quella di essere conosciuto, stimato, cercato, come direttore di anime, come maestro di spirito, come intermediario tra Dio e gli uomini”. Queste parole riflettono anche il desiderio di tutta la nostra benedetta diocesi.

GABRIELE FILIPPINI 06 giu 11:53