La misura della grandezza
Ci sono inaugurazioni che mostrano ciò che è stato costruito. E ce ne sono altre che pongono una domanda. La domanda è semplice e decisiva: da che cosa si misura la grandezza di una comunità? Siamo abituati a valutare il successo di un territorio dal numero delle imprese, dalla qualità delle infrastrutture, dall’efficienza dei servizi. Eppure esiste un indicatore più significativo: il posto che una comunità riserva alle persone più fragili. La Casa Tonini Boninsegna non riguarda soltanto il mondo della disabilità. Riguarda tutti. È uno specchio nel quale una società può guardare se stessa e comprendere chi è davvero. Le persone con disabilità ci obbligano ad andare oltre le dichiarazioni di principio e ci chiedono di costruire luoghi, relazioni, linguaggi e opportunità capaci di accogliere ogni persona per ciò che è. In questo senso la riqualificazione dell’opera rappresenta molto più di un intervento edilizio. È una scelta culturale. Significa affermare che la qualità degli spazi parla della qualità dello sguardo che abbiamo sulle persone. Dietro un’opera come questa non c’è soltanto la generosità. C’è la competenza. C’è il lavoro del presidente insieme ai familiari, del direttore generale, di professionisti e progettisti che hanno messo la loro preparazione al servizio di un bene comune. Uno degli insegnamenti di questa esperienza è proprio questo: la solidarietà, per essere efficace, deve diventare intelligente. Le buone intenzioni sono necessarie, ma da sole non bastano.
La cura ha bisogno di professionalità, visione e responsabilità. Le persone con disabilità non sono soltanto destinatarie della cura della comunità. Ne sono anche maestre. Insegnano che la vita non si fonda sull’autosufficienza ma sulla relazione; non sulla prestazione ma sull’appartenenza; non sulla forza ma sulla capacità di accogliersi reciprocamente. Se questa è la misura umana della grandezza di una comunità, resta ancora una domanda più radicale: quale fondamento rende possibile questo sguardo nuovo? Dalla certezza, come ci ha ricordato il vescovo Pierantonio, che la vita di ciascuno è custodita da una presenza più grande e che Dio accompagna e sostiene con cura e provvidenza la storia della nostra umanità. La vera inaugurazione da celebrare non è allora quella di un edificio. È quella di uno sguardo. Uno sguardo più umano, più solidale e più capace di riconoscere che una comunità diventa grande non quando corre più veloce degli altri, ma quando decide di non lasciare indietro nessuno. Sarà questa la “magnifica humanitas” da riscoprire? L’arte di riconoscere in ogni persona, soprattutto nella più fragile, una promessa di bene per tutti e una chiamata a diventare più umani. Perché là dove una comunità si prende cura dei suoi membri più vulnerabili, non cresce soltanto il benessere di alcuni, ma si eleva la dignità di tutti. E là dove la benedizione di Dio incontra la responsabilità degli uomini, può nascere una speranza concreta, capace di abitare il presente e di continuare a generare il futuro.