La sfida del dolore
Il dolore arriva. Sempre. Quello fisico e quello, più subdolo, della mente o dello spirito. Quasi mai si è preparati a riceverlo, mai a desiderarlo e tanto meno a “usarlo”. Non appartengono più alla nostra esperienza di fede concetti come offerta, sacrificio, espiazione, che hanno forgiato, fino all’altro ieri, grandi figure di santi e alimentato tante devozioni e spiritualità. Sta di fatto, però, che, per quanto si faccia in modo di stare alla larga dal dolore, per tutti arriva il giorno in cui devi farci i conti. Le scelte sono due: o subirlo, lasciando che sia lui a comandare, rendendoti, a seconda dei casi, rabbioso, disperato o consegnato alla resa, oppure trovare il modo di volgerlo a tuo vantaggio e, nei casi più eroici, a vantaggio di chi ti sta intorno. Sto riflettendo su questa possibilità, dopo aver “incontrato” il venerabile Angiolino Bonetta, giovane quattordicenne di casa nostra. Nato a Cigole nel 1948, a 12 anni si ammala di un sarcoma osseo, in seguito al quale gli viene amputata una gamba. È un’esistenza luminosa la sua. Una vita esemplare. Una fede robusta. Altri tempi. Vero. Tutto vero, ma colpisce la sua capacità di continuare semplicemente a essere quello che è anche nella malattia, come a dire che l’arma per combattere il dolore non è qualcosa da cercare chissà dove e con chissà quale sforzo. Risiede in ciò che siamo, in quella parte di noi che meglio esprime la nostra unicità.
Angiolino è un ragazzino straordinariamente simpatico, divertente, burlone. Suona i campanelli delle case e poi scappa, fa scherzi agli insegnanti, interpreta con facilità i ruoli più disparati nelle recite scolastiche, ovunque porta allegria e buonumore. Ma un giorno, proprio negli anni in cui la sua vitalità potrebbe esplodere in qualcosa di molto bello, mentre sta frequentando la scuola presso l’Istituto Artigianelli di Brescia, si ammala. E cosa decide di fare? O meglio, cosa gli viene spontaneo fare, dopo aver scelto di non darla vinta al male? Prendere le sue stampelle e saltellare tra le corsie dell’ospedale per far ridere i malati: una battuta, un gioco di prestigio, ma soprattutto un sorriso incantevole che, stampato su un volto così luminoso, non può che riaccendere la speranza anche nelle persone più indurite e disperate. Più tardi si darà un nome a questo tipo di cura: la clownterapia, con la differenza che in questo caso a praticarla non è una persona sana, ma un malato. Provare a vivere il dolore mettendo in gioco quello che sono, con la conseguenza di poter far del bene agli altri, è una possibilità che mi sfida. Il dolore non devo cercarlo. C’è. Tanto vale approfittarne.