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di ITALINA PARENTE 03 dic 09:08

La visita del Vescovo ai lavoratori

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La pandemia ha rallentato la nostra corsa, ha messo in quarantena diverse attività; molte persone non possono lavorare, altre possono farlo, ma in modo diverso da come erano abituate a farlo, tutti sperimentiamo spaesamento e preoccupazione per il futuro. La pandemia ha anche rivelato le dimensioni fondamentali del lavoro. Per tutti il lavoro, oltre che una necessità, un mezzo per vivere e far vivere coloro che si amano, è un luogo per esprimere sé stessi, per crescere personalmente, per stabilire relazioni sane, per condividere doni, per sentirsi corresponsabili nel miglioramento del mondo. Visitare luoghi di lavoro in tempo di pandemia è un modo per entrare a più stretto contatto con le ansie e le preoccupazioni, le gioie e le attese della gente e poter esprimere vicinanza dando al tempo stesso concretezza al desiderio di portare insieme il peso della situazione che stiamo vivendo. Il Vescovo si presenta come padre e fratello che sull’esempio di Gesù raggiunge gli uomini e le donne che lavorano lì dove sono per dire che questo tempo di avvento – che è attesa di un Dio che ha scelto di abitare la storia – può regalarci fiducia in quella promessa d’amore che il Natale custodisce: un mondo nuovo a partire dalla fragilità di un bambino. Abbiamo bisogno di ripensare il lavoro e possiamo farlo nella logica umile dell’incarnazione a partire dalla fragilità sperimentata oggi. Sappiamo bene che non esiste una condizione lavorativa perfetta. Nel lavoro bene e male convivono e ogni luogo e ogni tempo ha i suoi problemi. Dobbiamo riconoscere però che con tutto ciò che ha a che fare con l’organizzazione oggettiva del lavoro, orari e turni, protocolli, regolarizzazioni, cassa integrazione, chiusure e aperture, ecc. si struttura una società e si manifesta un’idea di persona. In un tempo di crisi ogni persona e tanto più la comunità cristiana è chiamata a discernere insieme ciò che accade per andare oltre l’angoscia per il futuro e dare motivi di speranza. Non possiamo eludere la domanda: “Cosa nasce e cosa muore dentro a una crisi? Che tipo di società vogliamo costruire?”.

Un bambino che nasce dice al tempo stesso novità e legame con ciò che lo precede per cui tra l’ottimismo di chi in modo illusorio dice “tutto sarà come prima” e il pessimismo rassegnato del “niente sarà come prima” c’è lo spazio di una vita nuova, c’è lo spazio della riflessione, della contemplazione, dell’azione condivisa perché “tutto sia migliore di prima”. Possiamo abitare questo tempo così. Il tempo di avvento per noi cristiani è il tempo dell’attesa di un Dio che ha scelto di stare lì dove siamo. Ha assunto la nostra umanità, comprese le fatiche del lavoro. Proprio nel lavoro, Gesù ha maturato la sua umanità, consapevole che il Padre era sempre con Lui. Il lavoro è la via normale, per vivere come ha vissuto Gesù, via che mette in relazione la fede con la vita di ogni giorno.


Stare vicino a chi lavora è una via di annuncio del vangelo, via umile e concreta, via percorsa dal nostro Vescovo e da tante comunità cristiane. Come Chiesa che è in Brescia siamo interpellati dal mistero che celebriamo nel Natale a farci prossimo di chi lavora, a benedire chi con la sua fatica quotidiana dice amore scambievole e reciprocità e costruisce comunità, ad ascoltare quel frammento di vangelo che si fa strada nella fragilità delle condizioni di oggi. Restiamo ancorati alla speranza per accogliere e accompagnare la vita nuova che deve venire e che le fatiche di oggi possono contribuire a far nascere.

ITALINA PARENTE 03 dic 09:08