L'intelligenza artificiale e le città di Agostino
Nella lettera enciclica “Magnifica Humanitas” il Papa affronta il difficile tema della “custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. Ne saranno proposte infinite letture, anche per la lunghezza, articolazione e completezza del testo. Mi permetto di soffermarmi su una dimensione, evocata dalla felice metafora, utilizzata più volte, delle due città. Innanzitutto la contrapposizione tra Babele e la ricostruzione di Gerusalemme da parte di Neemia. Poi, sul finire del testo, le due città di sant’Agostino: la città terrena e la città celeste. Il primo confronto ci richiama a una dimensione spaziale. Due esempi, il primo di una costruzione ardita (Babele), fondata sull’orgoglio e sulla pretesa di onnipotenza. La costruzione richiama l’ardire tecnocratico che equipara la possibilità (di realizzare un’innovazione tecnologica) con la positività della stessa: tutto ciò che la mente umana riesce a concepire è di per sé buono. In altre parole, nell’era della tecnologia imperante l’etica è morta! Il corollario inatteso è quello dell’omologazione. Paradossalmente, una sola lingua non facilita la reciproca comprensione, ma spegne la comunicazione, perché nega la diversità.
Non vi è solo l’assolutizzazione dell’ardire umano, ma anche una chiara metafora di quanto sta accadendo con la diffusione dei sistemi di intelligenze artificiali: una teorica possibilità, apparentemente infinita, di diffondere conoscenze, con il rischio di omologare i saperi e spegnere, insieme alla diversità, la creatività umana. I sistemi che apprendono, interrogando la quantità inimmaginabile di informazioni oggi disponibili ed elaborabili in tempi incredibilmente brevi, rimbalzeranno sempre il già noto, con una retroazione pericolosa sulla capacità di creare cose nuove e di dare spazio al pensiero divergente, che ha sempre spinto avanti la conoscenza umana. Dall’altro lato l’immagine della ricostruzione di Gerusalemme da parte di Neemia, il quale, prima di agire, “esamina in silenzio i luoghi distrutti, non impone soluzioni dall’alto, convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, coordina gli sforzi. Un’opera che ricostruisce i legami prima ancora delle pietre: l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte”. Si tratta della rigenerazione della città degli esseri umani, la nuova Gerusalemme. A quest’ultima si aggancia l’immagine dell’Apocalisse, che fornisce una lettura diacronica. Nella nuova Gerusalemme “le porte restano permanentemente aperte a tutte le nazioni”. La città inclusiva è il nuovo Eden, con il suo albero della vita, che non sorge più in un giardino, ma in una piazza, simbolo di un’umanità che vive prevalentemente nelle città.
@Foto Calvarese/Sir